Portaerei De Gaulle, parla uno dei piloti

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Portaerei De Gaulle, parla uno dei piloti. Il suo nome in codice è Charpy, che ha rilasciato un’intervista rigorosamente a volto coperto, come imposto dalla politica dell’anonimato voluta dalla Francia dopo gli attacchi terroristici di Parigi avvenuti lo scorso 17 gennaio.

La portaerei francese De Gaulle trasporta 12 caccia Rafaele, 9 Super Etendard, un aereo Hawkeye e 4 elicotteri; una vera e propria task force. Attualmente è operativa nel Golfo Persico, assieme alla fregata di difesa antiaerea Chevalier Paul, a una petroliera-serbatoio, alla fregata britannica di difesa anti-sottomarini HMS Kent e a un sottomarino nucleare. Il loro compito è quello di fornire supporto aereo alle milizie irachene e curde nella guerra contro l’Isis.

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Uno dei piloti impegnati nelle operazioni della portaerei francese De Gaulle è appunto Charpy, un pilota navigato che ha già servito in Afghanistan ed in Libia. Charpy si mostra entusiasta all’idea di affrontare questa nuova missione: “Siamo molto ben addestrati” spiega, dopo essere rientrato in seguito ad un raid effettuato la scorsa notte, “Conosciamo tutte le procedure, ma è necessario prendere”.

Tuttavia Charpy spiega come le dinamiche di questo conflitto siano differenti rispetto alle situazioni alle quali è abituato:  “Abbiamo molte poche unità a terra […]L’obiettivo principale dei nostri aerei è quello di identificare i movimenti del nemico, localizzarlo quando cambia posizione. Si tratta di un modo innovativo di fare la guerra […] Con i nostri mezzi di ricognizione-ha proseguito il pilota-che includono modelli di videocamere ad infrarossi, possiamo monitorare i movimenti di uomini e veicoli, e dare un’idea precisa di ciò che sta accadendo a terra […] Devi reagire in fretta, sganciare una bomba o sparare. E’ stressante. L’adrenalina è alle stelle, e questo ti permette di tenere duro. Poi ci sono dei momenti in cui puoi volare con più tranquillità, ed è proprio a quel punto che subentra la stanchezza”.

Charpy dedica la fine dell’intervista al pilota giordano Maaz al-Kassasbeh, bruciato vivo dall’Isis:  “Questo genere di abusi ha inevitabilmente un effetto psicologico, molti piloti si chiedono <<che succederebbe se dovessi cadere nelle mani dell’Isis?>>. Ma questo ha anche incrementato la nostra determinazione. Combattere un nemico capace di tali atti di crudeltà è ovviamente una grande fonte di motivazione per i piloti”.

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