Presentato il ricorso in cassazione contro la condanna a 16 anni per l omicidio di Chiara Poggi

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Alberto è innocente. Non ha ucciso lui Chiara Poggi, la sua fidanzata, quella mattina del 13 agosto del 2007. E i giudici della Corte d’Assise di Appello di Milano, che lo scorso 17 dicembre l’hanno condannato a 16 anni di carcere, hanno commesso un clamoroso errore. A dimostrarlo, secondo il pool di avvocati di Stasi guidati dal professor Angelo Giarda, ci sarebbero almeno 20 motivi.

Lo spiegano nel ricorso di 360 pagine presentato alla Corte di Cassazione, con il quale smontano punto per punto la sentenza.

Una sentenza, si legge nel ricorso, “supportata più da idee personali”

Lacoste di Stasi, dicono i suoi legali. Non solo, la sentenza avrebbe trascurato di considerare il fenomeno della “dispersione” delle particelle: Alberto ha camminato 19 ore con quelle calzature prima che venissero sequestrate, tempo sufficiente per ripulirle “meccanicamente”. Il fatto che le sue scarpe fossero pulite, quindi, non dimostra con certezza che abbia mentito e non sia entrato in casa.

Quanto alla bicicletta nera da donna notata da due vicine appoggiata al cancello di casa Poggi la mattina del delitto, i difensori non hanno dubbi: nessuna delle biciclette della famiglia Stasi può identificarsi come la bicicletta vista dalle due testimoni. E la consulenza tecnica acquisita dalla Corte ha “matematicamente escluso lo scambio dei pedali” ipotizzato dall’accusa. Perché invece – dicono gli avvocati – non è mai stata analizzata una bicicletta trovata abbandonata poco distante da casa Poggi i giorni dopo l’omicidio?

Il processo bis ha anche stabilito che le scarpe che hanno lasciato impronte a pallini nella casa, presumibilmente indossate dall’assassino, sarebbero di marca Frau e numero 42. ‘‘Compatibili’’, secondo la sentenza di condanna, con quelle usate da Alberto anche se mai rintracciate. Ma, secondo la difesa, anche gli accertamenti su questo punto portano ad una direzione opposta: dai movimenti bancari di Alberto, della sua famiglia, dei suoi amici, non emerge l’acquisto di queste calzature. Dalle numerose fotografìe analizzate, risalenti agli anni precedenti all’omicidio, risulta che Alberto non possedeva quel tipo di scarpe. “Vi è dunque una prova che avrebbe dovuto rafforzare l’estraneità di Alberto al delitto” e non diventare un indizio contro di lui, scrivono i difensori. Dei presunti graffi notati da due carabinieri sul braccio di Alberto dopo l’omicidio non ci sono prove, non sono attribuibili a lui l’impronta insanguinata sul pigiama di Chiara e neppure il Dna maschile trovato sotto le unghie della ragazza, mentre l’impronta digitale di Alberto sul dispenser del sapone non è databile. Niente dice che Stasi sia l’assassino. Tanto meno il movente che non c’è. Non ci sono prove che i due fidanzati avessero litigato, non ci sono prove che Chiara fosse diventata -scomoda” e da “eliminare”. La sentenza di colpevolezza va annullata, chiedono i legali alla Corte Suprema, perché non si può affermare che Alberto abbia ucciso Chiara “oltre ogni ragionevole dubbio’’.

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