“Prostituta e handicappata” Sassi e insulti a una disabile

575

Sulle panchine dei giardinetti di via Gonin, Koby parla volentieri. Il volto tondo, gli occhi quasi una fessura. Ha 12 anni ed è nato nelle Filippine. Racconta di Simona (nome di fantasia), sua coetanea e sua compagna di classe. Del suo disturbo mentale, dei corsi di sostegno e di come domenica sera, proprio qui sulla ghiaia del parchetto tra il ponte tibetano e le altalene, sia stata presa a sassate da quattro ragazzi della sua stessa età. Aggredita per il suo handicap. “Continuavano a insultarla – interviene Koby – le dicevano handicappata, prostituta e poi ebola”. Anche ebola in questa storia drammatica. “Mimavano lo starnuto e le urlavano ebola”. E poi c’è Elena, tuta nera, origini albanesi, seconda media alla scuola di via Anemoni, la stessa di Simona.

RACCONTA di quei bulli che avevano preso di mira la ragazza ormai da settimane. Stanno tutti qui, in questo spicchio di Milano. Cemento e palazzoni. Vita difficile, si sa. Verso piazza Tirana e le case popolari di via Segneri. Dove occupazioni abusive, spaccio e omicidi intrecciano storie di omertà. “Cose minime” cantava Enzo Jan-nacci. Come la storia di padre e figlio che, disperati per le violenze, il 13 marzo scorso, proprio in via Gonin, hanno preso il coltello e ucciso il loro vicino di casa. La paura consiglia il silenzio, dunque. Non qui, però, non davanti a questi ragazzini dal volto pulito e dagli sguardi accesi. Stranieri integrati. Meravigliosa risposta al ciarpame leghista. Non hanno timori. Parlano. “Simona – racconta Elena – ieri sera stava proprio qui, e quel Nicolas le ha lanciato dei sassi. Le diceva handicappata”.

Simona, però, ha reagito, ha provato a difendersi. Si perché il disturbo della ragazza è psichico. “Stava là nell’angolo”. Elena indica il luogo del parchetto dove la ragazza, dopo l’aggressione, ha chiamato la madre. In quel momento i bulli si erano già dileguati. Il genitore, allora, ha chiamato la polizia e il 118. Agli agenti ha raccontato la vicenda e lo ha fatto ancora ieri. “Era sotto choc” , spiega un investigatore. L’inchiesta ad ora non è ancora stata incardinata. Non ci sono indagati. Tra ieri e oggi verrà completata un’informativa da inviare al dipartimento della procura che si occupa dei reati sui minori. Ma se la giustizia ha i suoi tempi, la realtà, spesso, corre più veloce. Spiega Elena: “Io le dicevo di andarsene, in quel momento le hanno lanciato i sassi”. Quanti? Dicono molti. E c’è da crederci visto che domenica sera Simona è stata dimessa dall’ospedale San Paolo con una prognosi di quattro giorni. Da sotto le panchine Siad, egiziano, 13 anni, in Italia da sei, ne prende uno. “Sassi come questi”. Grandi poco meno di un pugno. “Io – prosegue Said – ho provato a difenderla, non mi sembrava giusto, e ho lanciato un po’ di ghiaia”. Said, pantaloncini scuri, felpa grigia e occhiali neri. Ragiona da grande Said, ragiona giusto.

QUESTI RAGAZZI non hanno paura. Dicono che il capo dei bulli è un ragazzino, bocciato due volte e che viene da Napoli, conoscono la madre, non il padre. Con lui c’erano altri tre ragazzi. “Erano romeni – spiega Said – forse abitano in via Se-gneri”. Volto noto quello del capo dei bulli. “Qui lo conoscono tutti – dice il papà di una bambina – qui tutti sanno”. Sì perché il ragionamento tra i palazzi di questa periferia è lo stesso che si può fare a Scampia o allo Zen di Palermo. È un ragionamento di chi ha sa cos’è la strada e sa che tutto si può fare, tranne che aggredire un disabile. “Probabilmente – dicono qua in via Gonin – questi ragazzi nemmeno si sono accorti di quello che facevano”. Sarà. Quegli insulti, però, li hanno sentiti in molti. Uno starnuto e poi quell’urlo infame: “Ebola”.

Condividi