Reddito di cittadinanza, il primo fu Prodi

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E una questione che il premier Renzi, con 6 milioni di italiani sotto la soglia di povertà, maggiorenni ed elettori, non si può permettere di liquidare con qualche slogan. E rischia di essere un nuovo trappolone a sinistra. Ma il dibattito sul reddito di cittadinanza è diventato vivace quanto confuso. Un italiano su 10 è in stato di povertà assoluta, ha cioè un reddito insufficiente ad acquistare un paniere di beni ritenuti essenziali. Il suo valore è diverso: se in una città del nord per un adulto è di 806 euro, in un piccolo comune del sud è 537 euro. L’Italia, l’Ungheria e la Grecia sono gli unici tre paesi della Ue privi di misure di questo tipo. Ma oltre alla solidarietà, il sostegno al reddito poggia su ragioni economiche. Le stesse organizzazioni finanziarie internazionali di impostazione liberista (Fmi, Banca mondiale) hanno ormai riconosciuto che politiche di risanamento prive di misure di sostegno alla domanda peggiorano le crisi.

Il reddito di cittadinanza è un sussidio universale. Tanto semplice quanto insostenibile in Italia: dare 500 euro mensili ai circa 50 milioni di maggiorenni costerebbe 30 miliardi l’anno. Più realistiche le ipotesi di un reddito minimo garantito a chi ne percepisce uno insufficiente.

GLI ESPERIMENTI GIÀ FATTI IN ITALIA. Per non restare fuori dal dibattito, ieri il governatore lombardo Roberto Maroni ha annunciato di voler “introdurre in Lombardia la prima sperimentazione del reddito di cittadinanza”, destinandogli 220 milioni dal Fondo sociale europeo (cifra esigua visto che la regione conta 380 mila disoccupati). In realtà di esperimenti ce ne sono già stati: un Reddito minimo fu introdotto in via sperimentale in 306 comuni dal governo Prodi con la finanziaria 1999. Andava alle famiglie con reddito inferiore a 500 mila lire mensili, i beneficiari dovevano attivarsi nella ricerca di un lavoro e in programmi di formazione. Fu abbandonato nel 2004 dal governo Berlusconi, che annunciò un nuovo Reddito di ultima istanza, mai realizzato. Tra le misure regionali, le più degne di nota sono quelle del Friuli-Venezia Giulia (“reddito di base” dal 2007 al 2008), del Lazio (reddito minimo garantito nel 2009) e della Provincia di Trento (“reddito di garanzia” dal 2009). Quest’ultimo è l’unico intervento strutturale, rifinanziato annualmente. Fornisce a chi è residente da almeno tre anni un sussidio pari alla differenza tra la soglia di povertà (stabilita in 6.500 euro di reddito equivalente annuo) e il reddito familiare disponibile. Chi è idoneo al lavoro deve sottoscrivere la disponibilità all’accettazione di un impiego.

LE PROPOSTE AL SENATO. La proposta dal M5S, si ispira al principio dell’universalità ma “ancorato alla sostenibilità economica”. Andrebbe ai residenti in Italia che sono sotto la soglia di povertà stabilita dall’Unione europea (sei decimi del reddito mediano della popolazione). L’integrazione è fino a 780 euro mensili, revocati ai disoccupati che rifiutano fino a tre possibilità di lavoro “congrue”. Secondo il M5S costa 17 miliardi l’anno.

Sel propone 600 euro mensili a disoccupati e precari con un reddito inferiore a 8 mila euro l’anno, modulato in base ai familiari a carico. Andrebbe ai residenti in Italia da almeno 24 mesi iscritti ai Centri per l’impiego. Perde il diritto chi rifiuta una proposta di lavoro adatta alle sue competenze.

È invece di 500 euro mensili, incrementato di un terzo per ogni familiare a carico, quello proposto dal PD. Andrebbe, per massimo due anni, a disoccupati e precari disponibili al lavoro e a frequentare corsi di formazione, compresi gli stranieri regolari in Italia da almeno tre anni. Il beneficiario dovrebbe avere un reddito non superiore ai 6.880 euro annui e possedere soltanto la prima casa. Di 550 euro mensili è anche il Sussidio universale proposto da Area riformista, la minoranza Dem guidata da Roberto Speranza. Mentre un Reddito d’inclusione sociale è proposto dalla corrente che fa capo a Gianni Cuperlo, che non specifica i dettagli ma parla di un esborso di 1,7 miliardi annui da portare gradualmente a 7.

LE RISORSE. La proposta di Grillo conta innanzitutto su tagli alle spese della Pubblica amministrazione per 5 miliardi. Stima ottimistica considerando che la spending review studiata dal commissario Cottarelli arrivava a poco più di 3,21 miliardi, da recuperare in tre anni. Poi risparmi sulle spese militari per 2,5 miliardi. E altre voci come l’aumento dei canoni per chi vuole estrarre gas e petrolio in Italia, riduzione delle pensioni d’oro e aumento delle tasse sul gioco d’azzardo.

La proposta del Pd arriva a regime a 7 miliardi l’anno. Cifra cospicua ma pari ai 7 miliardi erogati per il bonus da 80 euro ai dipendenti, che non è servito a rilanciare i consumi, e ad alleviare la povertà.

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