Renzi, Alfano e ricattopoli

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E una danza scomposta, macabra sulle macerie di un Parlamento di nominati. È il balletto di prigionieri, ostaggi, trasformisti e poltronisti che darà vita alla nuova fase del governo Renzi: il governo dei ricatti, peggiore addirittura dell’ultimo Berlusconi, quello dei Responsabili. A Montecitorio, il clima ricorda davvero quello del ‘92, per la prima volta in vent’ anni. Colpa di Mafia Capitale e dei tanti impresentabili della maggioranza. Tra questi, l’ultimo si chiama Antonio Azzollini ed è del Nuovo Centrodestra.

Il sì renziano all’arresto che assomiglia a una resa (motivazione: “Già i nostri debbono reggere Roma, non possiamo fare di più”) fa esplodere il piccolo partito di Angelino Alfano. Giuseppe Esposito, vicepresidente del Copasir, urla alle agenzie di stampa: “Marino e Zingaretti si dimettano”. In teoria le condizioni di partenza tra i soci di governo prevedono due ostaggi per uno. Marino e De Luca nelle mani di Alfano, che controlla il Viminale. Il  sottosegretario Castiglione, indagato per il Cara di Mineo, e Azzollini, su cui incombe una richiesta d’arresto, per il premier. Ma già in mattinata lo scenario cambia. A Palazzo Madama si riunisce il gruppo di Ncd e Alfano non partecipa. Si discute di Azzollini e l’assenza del ministro viene tradotta così: “Si è già venduto Antonio (Azzollini, ndr). Il suo arresto contrabbandato per la permanenza di Castiglione al governo”. Uno scambio interno, indagato contro arrestato, che rispecchia i rapporti di forza esterni. Questo il messaggio al-faniano: “Siamo piccoli e deboli, per questo ci conviene rimanere tranquilli”. La linea viene confermata nel pomeriggio da Renato Schifani: “L’arresto di Azzollini non metterà a rischio il governo”.

TUTTO questo però porta all’ennesima rivolta anti-Alfano nel gruppo che raduna anche gli esponenti centristi dell’Udc, chiamato Area Popolare. La riunione di Palazzo Madama si trasforma in un processo al ministro dell’Interno: “Contro Antonio, non c’è nulla questa è solo una vendetta della procura di Trani. Ogni volta abbassiamo la testa. Abbiamo fatto dimettere Lupi, Gentile, De Girolamo senza che fossero indagati. Adesso tocca ad Az-zollini. Il Pd lo vuole arrestare senza aver letto le carte. Basta”. Gli intransigenti che vogliono l’atto di forza, propedeutico a un nuovo accordo di governo e alla salvezza di tutti (compreso Azzollini) sono capitanati da Gaetano Quagliariello, ex saggio del Quirinale. Non solo. La fazione dei calabresi del già citato Gentile è tentata dall’operazione Verdini, l’ex sherpa azzurro del patto del Nazareno che mercoledì prossimo ufficializzerà il soccorso azzurro all’amico “Matteo”. È un caos più caotico del solito. Anche perché ci sono i senatori amici della Lorenzin, che hanno già scavalcato a sinistra Alfano, con un piede dentro il Pd, senza aspettare il Partito della Nazione. Alfaniani, filoverdiniani, quagliariellani, lorenziniani. È una commedia grottesca, che  rischia di smembrare un parti-tino nato da una scissione parlamentare (quella del 2013) e mai affermatosi nelle urne. Perlopiù notabili e portatori di voti del sud, come Gentile e il siciliano Castiglione.

SU QUESTE basi nuovo pezzo di centrodestra in arrivo da Forza Italia. Quello di Verdini, appunto. Nomi e numeri sono destinati a ballare fino alla prossima settimana, ma l’ex sherpa di B. si dice sicuro di portare “almeno 12 azzurri” nel nuovo gruppo che si formerà al Senato. In queste ore è stato anche scritto un documento per motivare l’uscita da FI, in cui si sancisce “la morte politica di Berlusconi” e la deriva lepeni-sta-salviniana del centrodestra. Poi aperture sulle riforme, compresa quella della scuola. Solo in una fase successiva, raccontano, potranno approdare gli aspiranti alfaniani. L’obiettivo di Verdini, che ha fatto più di 50 cene ad hoc in queste settimane, è quello di dimostrare a Renzi la sua forza, che se dovesse arrivare a 15 senatori potrebbe neutralizzare quasi del tutto la minoranza interna del Pd a Palazzo Madama.

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