Renzi ko: in bilico la riforma della scuola

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«Succede di perdere…». Matteo Renzi la prende così, con filosofia. Ma la sconfitta ai ballottaggi nelle principali città italiane andate al voto che segue il pesante arretramento alle Regionali di due settimane fa è destinato a lasciare il segno. Il Rottamatore ha deciso di rottamare sè stesso e, dopo essersi concesso due anni di tempo per risalire la china, ripudia addirittura il meccanismo che gli ha consentito di passare da presidente della Provincia di Firenze direttamente a Palazzo Chigi: «Le primarie così non vanno».

Il cambio di passo delpre-mier lo si era intuito già ieri mattina in una intervista con La Stampa: «Queste elezioni dicono che col Renzi 2 non si vince, devo tornare il Renzi 1». Il “Matteo numero uno” di cui parla è quello che guarda al centro e ripudia la sinistra, quello che sembrava poter sfondare al Nord e nei “ceti produttivi”. Peccato che poche ore dopo il governo abbia deciso di fermare la “Buona scuola”, provvedimento inviso proprio alla minoranza “di sinistra” dei dem e ai sindacati, Cgil in testa.

«Faccio tesoro del suggerimento di Lula: se sei convinto di aver ragione ma hai l’opinione pubblica contro fai una conferenza nazionale, racconti la tua proposta, ascolti le critiche e poi decidi. A inizio luglio faccio una conferenza sulla scuola, sento tutti, dai sindacati alle famiglie per un giorno e dopo si decide», ha annunciato ieri sera, battendo in ritirata rispetto ad un provvedimento nel quale aveva creduto molto. La colpa, a suo dire, sarebbero i «troppi emendamenti presentati», ma l’effetto è l’ennesimo rinvio dell’assunzione di centomila precari.

Nonostante il volto duro, dunque, il premier si arrende al confronto col resto del suo partito, si dice disposto a scendere a patti: «C’è gente che dice “dobbiamo discutere al nostro interno”. Non ne possiamo più di un ragionamento in cui quando si parla di politica siamo sempre a discutere del nostro ombelico», ha aggiunto.

Il premier parlerà con tutti, ma accusa i “disturbatori” di aver fatto perdere tempo e voti al Pd, e, soprattutto, garantisce che non la-scerà la presidenza per qualche sgambetto nelle Aule parlamentari: «Basta con questo meccanismo. Il prossimo congresso del Pd è nel 2017, se non sarò bravo vado a casa. Devo solo piegare dieci camicie e prendere qualche libro. Ma vado a casa dal governo se perdo le elezioni, o dal mio partito se perdo il congresso», ha promesso, intervistato da Bruno Vespa.

La “rivincita” della sinistra Pd, dunque, è rinviata al congresso in programma tra due anni o direttamente nelle urne. Di qui ad allora il segretario Pd cercherà di “blindare” i ruoli chiave nel partito, come ha cominciato a fare ieri indicando come capogruppo a Montecitorio Ettore Rosato, che prende il posto dell’ex fedelissimo di Pierluigi Bersani, Roberto Speranza. Altri spostamenti sarebbero all’orizzonte a Largo del Nazareno, dove l’ex sindaco vorrebbe essere «più presente» e non si accontenta più del “solo” Lorenzo Guerini nel ruolo di vicesegretario. Ba-steràla”blindatura”a scongiurare che anche le riforme istituzionali – osteggiate dalla minoranza – facciano la fine della “Buona scuola” e finiscano accantonate o, addirittura, “orfane” di maggioranza al Senato? Difficile dirlo, ma certo il risultato deludente dell’ultima tornata ha depotenziato l’effetto-calamita che aveva funzionato dopo le Europee tra gli exM5s e gli ex eletti di Sc.

La seconda bomba sganciata dal premier riguarda il metodo per selezionare candidati e classe dirigente: «Fosse per me la stagione delle primarie sarebbe finita». Per lui, che alle primarie deve l’intera scalata da Firenze a Piazza Colonna, è una rivoluzione: oggi che il Pd è stato “scalato”, lui vuole impedire che diventi “scalabile”. «In alcune Regioni e città le primarie non hanno funzionato», ha ammesso Renzi. I candidati che hanno vinto non erano i «suoi», vero, eppure lui non si è fatto scrupolo ad andare a sostenerli. L’anno prossimo, però, ci sarà un turno importante di Amministrative: «C’è da votare in alcune città importanti e decideremo se fare le primarie o no», annuncia. I candidati sindaci di Milano, di Bologna e di Roma (visto che il premier ha ufficialmente scaricato Ignazio Marino) potrebbero essere “nominati” e non eletti dal “popolo del Pd” come in passato. Accetteranno le nuove regole Bersani, Massimo D’Alema, Rosy Bindi e tutti gli altri che lui voleva “Rottama-re” con le primarie? Chissà. Una cosa il premier la dice chiaramente: «Questo è il momento più difficile della legislatura».

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