Renzi monarca, sceglie Salvini e minaccia i suoi dissidenti

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Il “giustizialismo”: “Basta agli avvisi di garanzia che erano sufficienti per decretare la fine di una persona. È indecente”. La scuola: “Abbiamo sbagliato”. Il reddito di cittadinanza: “Non è di sinistra, non si può percepire un reddito per il solo fatto di essere cittadini”. L’opposizione: “Fuori dal Pd non c’è Landini o Podemos, ma Salvini”. Ma soprattutto gli avversari interni: “La nostra gente è più stanca di noi di chi non rispetta le regole, vorrebbe farli fuori tutti ma non è questa la soluzione”, detta con un tono scherzoso, ma l’avvertimento è chiaro, in vista della direzione del partito di lunedì.

Ecco di nuovo Matteo Renzi. Per il rientro sulla scena dopo le elezioni ha scelto non a caso un palco, il teatro Carlo Felice di Genova. Quando, però, il premier ha accettato l’invito per la festa di Repubblica non immaginava certo quanto sarebbe stato scomodo venire in Liguria, a cinque giorni dalla sconfitta clamorosa delle regionali. Ma Renzi non ha fatto una piega, testa bassa, assetto da combattimento, cadenza toscana accentuata quando forse si sentiva un pochino in imbarazzo: “Le elezioni? Abbiamo vinto. Il Partito Democratico ha 17 regioni su 20, ma non basta ancora. In Francia i socialisti sono il terzo partito, in Polonia il quinto e in Germania (battuta che rischia quasi di causare un incidente diplomatico, ndr) non toccano palla”.

SEMBRA a suo agio Renzi, anche se l’incontro di ieri era tutto un simbolo. Sul palco di Repubblica, dove il fondatore Eugenio Scalfari e l’editore Carlo De Benedetti si sono smarcati dal premier. Non solo: faccia a faccia con il potere di Genova, tutto schierato nelle prime file. E davvero non si capiva chi fosse l’accusato e chi l’accusatore. C’erano l’ormai ex governatore Claudio Burlando, passato in poche ore dal ruolo di signore della regione a quello di sconfitto, poi Luigi Merlo, il presidente del Porto di Genova e marito di Raffaella Paita (la candidata era assente). Poi il sindaco Marco Doria.

Nell’attesa di nuovi assetti, il vero signore della regione sembrava Vittorio Malacalza. L’uomo che sta scalando la banca Carige. Insomma, la finanza che si mangia la politica.

Renzi ha affrontato subito la questione Liguria: “Se abbiamo perso è colpa nostra. Non è giusto trovare scuse. Ma io non sopporto neanche chi maramaldeggia con gli sconfitti. Non mi sentirete dire una parola contro Lella Paita”. Poi pausa, forse aspettava un applauso, ma niente. Paita proprio non sembra essere andata giù alla gente del Pd. Che invece a Renzi riserva tanti applausi. Anche se la sala pare divisa in due come il Parlamento. Soprattutto quando il premier-segretario affronta il nodo della spaccatura nel partito: “Dalle e-mail che mi arrivano altro che con la mimetica dovrei andare in direzione. La nostra gente è più stanca di noi di chi non rispetta le regole, vorrebbe farli fuori tutti ma non è questa la soluzione. Le regole vanno rispettate ma il Pd ha una responsabilità storica, deve restituire speranza all’Italia e deve utilizzare meglio la straordinaria forza che ha nei territori”. Applausi dalla parte destra del teatro (la maggioranza), borbottii che quasi sfociano in contestazione alla sinistra. Ma Renzi non si ferma: “È facile, quando perdi le primarie, dire che le regole sono fatte male. Se non rispetti le regole, il partito non è democratico, ma anarchico”. Messaggi chiari a Sergio Cofferati e Luca Pastorino, liquidato con una battuta vagamente sprezzante in stile Renzi: “Se un giorno scrivessero un libro” su quelli che hanno fatto perdere la sinistra “Da Ralph Nader a Luca Pastorino”, con un sor-risetto che accompagna il nome del candidato della sinistra ligure. Applausi e brusii. Il centrosinistra ligure è diviso, anche a teatro. Così come quando Renzi loda Tony Blair e Gerhard Schroeder, quando parla più volte della “sinistra che fa convegni sul lavoro, che ti dice sempre quello che devi fare e che fa sempre vincere la destra”.

RENZI CERCA di parlare parti della sala, soprattutto sulla scuola. Prima dice: “Abbiamo sbagliato, siamo pronti a ragionare e cercheremo di coinvolgere più persone”. Ma subito aggiunge: “Non cederemo a chi dall’alto delle proprie rendite di posizione non vuole cambiare niente”. E sul caso di Vi ncen zo De Luca: “Prometto che non faremo leggi ad personam” per poi subito aggiungere che né lui, né – sottolinea – il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, sono stati condannati in via definitiva. E il sottosegretario Giuseppe Castiglione appena indagato? “Io ho anche un padre indagato – ricorda – Se ragiono sugli avvisi di garanzia i miei figli non avrebbero dovuto vedere il nonno. Ho cinque sottosegretari indagati. Io credo che un cittadino è innocente fino a prova contraria”

Quindi Renzi corre da Giovanni Toti, il neogovernatore del centrodestra. Appuntamento al cantiere del Bisagno, dove si realizzano le nuove opere contro l’alluvione. Intorno la città è blindata, come non accadeva in passato. “Non succede solo per Renzi, è cambiato proprio il rapporto tra la gente e la politica”, sussurra un dirigente della Questura che segue il premier. Già, un automobilista passa, rallenta e urla: “Faccia di m…”. Renzi è il più pronto: “Non sappiamo a chi fosse rivolta, ma me la prendo io”.

Toti intanto lancia un messaggio di distensione: “Se Luigi Merlo decidesse di ripensarci a proposito delle sue dimissioni dal porto per dare un po’ di tempo alla politica gliene sarei grato”. Insomma, anche se la moglie Raffaella ha perso, il signor Paita potrebbe restare ancora un poco in sella.

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