Renzi non va neanche all’Expo, sta zitto e perde altri pezzi

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A Palazzo Chigi in questi giorni non entra nessuno. Matteo Renzi è chiuso nel suo studio e limita al massimo le uscite pubbliche: è volato a Herat lunedì, il 2 giugno è andato all’Altare della Patria. Per il resto, impegni annullati all’ultimo momento, nessuna analisi pubblica del voto (a parte un comunicato stampa lunedì pomeriggio).

Per uno che è sempre ovunque e parla dappertutto il silenzio tradisce difficoltà. Martedì pomeriggio era atteso all’Expo. Lo aveva annunciato ufficialmente il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina. Tra i Padiglioni dell’Esposizione è stata avvistata anche la scorta del premier. Ma lui non si è fatto vedere. Prende tempo. Cerca di indicare con i comportamenti che il voto delle Regionali poco c’entra con lui e il suo governo. Fino a quando? Domani sera dovrebbe andare ad Amici. Bagno di share e poche chiacchiere scomode. Ironia della sorte per sabato è atteso alla Festa di Repubblica. A Genova, nella tana del leone. “Si sta inventando qualcosa di importante”, dicono i fedelissimi. Sarà.

I NTANTO, parlano gli altri. E si organizzano. Ieri sono usciti dalla maggioranza i Popolari per l’Italia. In realtà ridotti a due (la sottosegretaria Angela D’Onghia ha scelto di lasciare il partito e restare nel governo). Sono Mario Mauro e Tito Di Maggio. Mauro non vota con la maggioranza da tempo. Ma perché adesso? “Queste elezioni hanno fatto capire che la gente vota centrodestra. E noi vogliamo costruirne uno che non è Salvini”.

Comincia il corteggiamento a un elettorato al quale il Pd nella versione renziana aspirava. Ma il problema è immediato: con 2 senatori di meno, la maggioranza ha solo 9 voti di vantaggio. E Di Maggio, che è passato con Fitto, è in Commissione Cultura. Quella dove deve passare la riforma della scuola. Adesso ci sono 11 senatori della maggioranza contro i 12 dell’opposizione. Negli 11 rientrano 9 del Pd, contando però anche i due “ribelli”, Walter Tocci e Corradino Mineo.

Ieri, a pranzo, dalle parti del Senato, si sono incontrati Bersani, Gotor e Speranza. Obiettivo: discutere della scuola e presentare emendamenti condivisi. Secondo una strategia che intendono portare avanti: nessuna uscita dal partito, ma “costringere” il premier a modifiche sui temi (dopo la scuola, la grande prova saranno le riforme costituzionali). Renzi finora sulla scuola è stato possibilista. Ma i suoi ieri la mettevano in altro modo: nessuna apertura. Almeno per ora. Posizione difficilmente sostenibile perché senza i 20 della minoranza Pd, i numeri a Palazzo Madama non ce li ha. “Usciranno gli altri”, spiega un alto dirigen-de dem, riferendosi ai verdinia-ni e più in generale a FI.

Il progetto è questo, ma è più difficilmente realizzabile. Proprio per ragioni di “flussi elettorali”: il centrodestra adesso sembra ancora un terreno possibile. Ecco cosa diceva il Guardasigilli, Andrea Orlando, in un’intervista al Corriere della Sera: “Al partito della nazione non ci ho mai creduto.

L’ho sempre considerata un’idea ambigua, addirittura pericolosa. Una forza politica del centrosinistra europeo deve mantenere solide radici e conquistare una parte dell’elettorato”. La guerra sull’idea di partito è iniziata: altro che il partito-pigliatutto che Renzi è andato teorizzando negli ultimi mesi. E l’idea si porta dietro il partito stesso. Nel Pd, più che mai ognuno punta a contare, anche in maggioranza, dai Giovani Turchi ai cattolici, al Giglio Magico. Contro la minoranza, Renzi lunedì in direzione richiamerà le regole che Bersani fece firmare nel 2013 a tutti i suoi candidati: l’impegno a rispettare le decisioni prese dalla maggioranza. Regolamento che è stato fatto votare anche da Roberto Speranza a Montecitorio. E che esiste in Senato. Nel nuovo stile del segretario, la discussione sarà quasi in notturna: direzione convocata per le 21, repliche fuori dalla copertura dei quotidiani.

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