Renzi striglia i suoi: “Troppo deboli in tv, impariamo dall’Isis”

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Compagni e amici sulla comunicazione come stiamo messi?”. Dopo tre quarti d’ora di intervento alla direzione Pd, ormai in notturna, Matteo Renzi improvvisamente introduce un altro tema. “Il” tema, per uno come lui. E si toglie un sassolino dalla scarpa. Ecco l’accusa: “È un lavoro che stiamo facendo su noi stessi? Come prepariamo le comparsate tv? Semplicemente con una telefonata a Filippo (Sensi, ndr) o all’ufficio stampa?”. L’attacco non è alla minoranza (che casomai, secondo il leader, in tv ci va pure troppo motivata, ad attaccare il partito che teoricamente rappresenta) ma ai suoi, ai renziani. A quelli che dovrebbero aiutarlo a “vendere” messaggi, contenuti, provvedimenti. A quelli che dovrebbero veicolare la linea del premier-segretario. Perché Renzi sa perfettamente che la narrazione è politica. E che la narrazione ben studiata copre realtà sgradevoli e non proprio trionfali, è in grado di manipolare i fatti e orientare l’opinione pubblica. In una parola costruire e mantenere il consenso. Operazione quanto mai fondamentale mentre deve fronteggiare contemporaneamente Mafia Capitale, gli agguati in Senato e l’emergenza immigrazione.

IL CAPO dà lezioni tutti i giorni. Basta vedere il montaggio qui accanto: il sito del governo lunedì ha pubblicato una serie di foto del G7 di Elmau, in cui il premier sembrava perennemente al centro della scena. Vuoi mentre intratteneva il direttore del Fondo Monetario Internazionale, Christine La-garde con Obama, vuoi mentre camminava sul prato con i grandi del mondo. E vuoi mentre stava seduto su una panchina con lo stesso presidente degli States e la Merkel. Loro tre da soli, secondo lo scatto di Tiberio Barchielli, il paparazzo ora fotografo ufficiale di Palazzo Chigi per volontà dello stesso premier. Scatto sapientemente mandato in Rete e ripreso da alcuni giornali. Mentre in realtà, allargando appena un po’ il campo (come fanno le foto dei media presenti) si capisce che intorno c’era una certa folla. Potenza della comunicazione. Ancora Renzi: “Con quale spirito andiamo in televisione? Solo per gratificare il nostro ego? O convinti di rappresentare le speranze, i sogni, le paure di migliaia di persone che sono i nostri militanti, la nostra comunità?”. Il leader rimprovera, provoca, prescrive. Perché il problema è enorme e lui lo sa. La notte elettorale al Nazareno a rappresentare il Pd nelle dirette tv c’erano solo il vice capogruppo alla Camera, Ettore Rosato e il vice segretario, Lorenzo Guerini. Il primo è un uomo d’ordine, ma non certo uno che buca lo schermo. Il secondo, per sua stessa ammissione, non ha nel pubblico eloquio il suo punto di forza. I big in tv ci vanno poco: il sottosegretario, Luca Lotti, mai; il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, qualche volta; il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi centellina e sceglie. Fa capolino spesso e volentieri, per dire, la deputata Alessia Morani. Vivace, ma non certo una con la quale vai sul sicuro su tutti i temi. O Anna Ascani, rampante al punto giusto da aver fatto dimenticare il suo passato da lettiana. Riempire tutti i buchi di palinsesto tocca a David Ermini, responsabile Giustizia Pd e Alessia Rotta, responsabile Comunicazione. Stelle del firmamento tv quasi loro malgrado grazie a una certa tenuta e a un po’ di parlantina e buonsenso. La squadra è sguarnita, il piatto piange.

“AL G7 la discussione era su come l’Isis utilizza i social media meglio di come fanno le comunità democratiche”, insisteva Renzi. Per il quale la propaganda dell’Isis è un oggetto di studio ormai consueto. “I loro video sono paccottiglia, ma con una straordinaria strategia di comunicazione”. Nei loro attacchi scelgono “luoghi simbolici della nostra cultura”. L’anno scorso durante la direzione post europee Renzi consigliò ai suoi di studiare la “narrazione” sulle serie tv americane. House of Cards in testa. Allora non si parlava troppo di storytelling (ovvero arte della narrazione) in politica, un anno dopo il tema è diventato di moda. Un anno fa Renzi lanciò l’idea di scuole di formazione politica, con la comunicazione al centro. L’altra sera c’è tornato. “Sostenere che la comunicazione sia una roba di plastica berlusconiana è un atteggiamento che ha avuto la sinistra per vent’anni”. Ma “la nostra è una sfida che passa da lì”. Però, appunto, la comunicazione è politica: e se c’è un problema a spiegare, raccontare, veicolare, evidentemente il segretario-premier ha un problema: di classe dirigente.

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