Rimborso Pensioni, il governo restituirà solo le briciole

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Il ministro dell’Economia, ieri all’ora di pranzo, nella sala stampa di palazzo Chigi, metteva le mani avanti: “Nessuno perde niente. Il problema è chi ci guadagna e quanto”. Pier Carlo Padoan si riferiva al decreto appena approvato dal Consiglio dei ministri per “sterilizzare” la sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale il blocco delle pensioni deciso da Mario Monti per il 2012 e 2013. In sostanza, ai pensionati vanno le briciole o niente di quel che hanno perso (vedi gli esempi qui accanto): il primo agosto riceveranno un versamento una tantum che sembra un’elemosina ribattezzato “bonus Poletti”, dal nome del ministro del Lavoro. La comunicazione è importante, però il racconto dei nudi fatti dice altro: ad alcuni milioni di cittadini italiani sono stati sottratti illegittimamente dei soldi, ora si decide di ridargliene una parte e gli si chiede pure di essere felici. “Nessuno perde niente. Il problema è chi ci guadagna e quanto”, secondo Padoan. Una forma di “ravvedimento operoso” che farebbe la felicità di ladri e rapinatori se potessero usufruirne.

Restituiti 2,1 miliardi su 16: 700mila esclusi dal rimborso

I numeri, prima di scappare via, li ha dati Matteo Renzi. Il “Bonus Poletti” riguarda 3,7 milioni di pensionati su quasi 4,5 interessati dalla sentenza della Consulta e costerà in tutto 2,1 miliardi per sanare il periodo 2012-2015. Gli interventi sull’anno prossimo invece -cioè la maggior spesa futura dovuta all’aumento degli assegni da rivalutare – saranno demandati alla Legge di Stabilità. Numeri ufficiali ancora non sono stati considerati, ma secondo Renzi, rispettare la sentenza alla lettera sarebbe costato “18 miliardi” da “togliere ad altri: dagli asili alle infrastrutture”. Pa-doan, invece, s’è limitato a dire che il deficit sarebbe schizzato al 3,6%: il costo, insomma, si aggirava sul punto di Pil (poco meno di 16 miliardi). In realtà, il pregresso dovrebbe valere 10-12 miliardi: anche in questo caso, comunque, lo stanziamento del governo è al massimo il 20% di quanto sottratto ai pensionati in passato e ancor meno se si tiene conto dei mancati introiti futuri.

La mancia: 750 euro in tutto a chi ne prende 1.300 netti

Il governo – per rispettare la “progressività” chiesta dalla Consulta – ha deciso di individuare varie fasce di reddito da pensione a cui dare i rimborsi: chi ha assegni da 1.700 euro lordi (1.300-1400 netti), ad esempio, avrà 750 euro una tantum e un aumento di 180 euro l’anno. Tutto lordo. Peccato che secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) gli spettassero circa 3.000 euro di arretrati (2012-2015) e un aumento di reddito annuale di 1.230 euro. Seconda fascia: chi prende circa 2.200 euro (1.700-1800 netti) avrà 450 euro ad agosto e un aumento di 99 euro l’anno (invece di circa 5mila euro per il pregresso e una pensione più alta di 1.500 euro l’anno). I pensionati da 2.700 euro lordi (circa duemila netti) potranno folleggiare invece con un “Bonus Poletti” da 278 euro e un aumento da 60 euro: per loro l’Upb ha calcolato un danno subito di circa seimila euro e una pensione da aumentare di 1.800 e più. Niente “bonus”, infine, per chi ha assegni sopra i 3.200 euro lordi: la pensione media dei “ricchi” -secondo l’Upb – vale circa 5mila euro lordi al mese e ha avuto perdite per poco meno di diecimila euro per il passato e quasi tremila sul reddito annuo.

Ora nuovi ricorsi, ma Renzi guadagna un paio d’anni

Il decreto del governo sulle pensioni – quando sarà approvato dalle Camere (per ora non c’è nemmeno il testo) – sarà oggetto di una nuova ondata di ricorsi. Non senza ragione. Dice Riccardo Troiano, il legale che ha rappresentato Federmanager e Manageritalia alla Consulta: “Si poteva fare molto di più e molto meglio, così il decreto depotenzia la sentenza: se questa norma dovesse arrivare alla Corte Costituzionale, ci arriverà malconcia. Potenzialmente avrebbero potuto ricevere tutti il rimborso, invece non lo ricevono tutti, non lo ricevono per intero e pure tardi”. Anche se l’avvocato avesse ragione, il treno della Consulta è lento: male che vada il governo ha comunque guadagnato un paio d’anni. Sempre che le critiche e le velate minacce arrivate alla Corte in questi giorni non sortiscano effetti riducendola a più miti consigli (una prova si avrà per le prossime sentenze di peso: blocco degli stipendi degli statali; contributo sulle pensioni d’oro; aggio di Equitalia). D’altronde, se il governo accetta il modello contabile e le rigidità ideologiche della Commissione Ue (e lo ha fatto), conculcare i diritti costituzionali in nome del solo articolo 81 sul pareggio di bilancio è l’unica via che gli resta.

Si potrà andare in pensione prima (con penalizzazioni)

Renzi ieri ha annunciato anche altre novità sul tema previdenza: intanto la pensione arriverà il primo del mese, poi – bontà sua – il governo ha deciso di non decurtare gli assegni nonostante la decrescita del Pil lo autorizzerebbe a farlo (nessuno, però, finora ne ha avuto il coraggio). Infine, il premier ha fatto sapere che in autunno riformerà la legge Fornero: “Se una donna a 62 anni preferisce andare in pensione prima e stare col nipotino, rinunciando a 30-50 euro, bisognerà trovare le modalità per cui, sempre con attenzione ai denari, questo si possa fare”. Il problema è che, senza soldi presi dalla fiscalità generale, la penalizzazione col contributivo è assai più onerosa di 50 euro al mese.

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