Romina Power: “Mai più con Albano, ma non escludo un nuovo amore”

7097

Alla vigilia del grande concerto del 29 maggio, all’Arena di Verona, la cantante si racconta. Da quando ha ricominciato a esibirsi con l’ex marito, a 20 anni dalla loro rottura, in molti hanno sperato in un ritorno di fiamma. Ma rivela: «Il buddhismo, a cui mi sono avvicinata negli anni di malattia di mia madre alla quale ho dedicato il mio nuovo libro, mi ha tolto la rabbia che avevo dentro. Oggi vivo benissimo da sola con i miei cani… per ora». «Con Al Bano è un divertimento punzecchiarci».

Risponde la figlia al telefono, «Sì, sono Romina, ma non la Romina che cerca lei». Niagara Falls, hotel Casino Resort al confine tra Canada e Stati Uniti. Se tendo le mie grandi orecchie posso ascoltarlo il boato delle acque. Il rumore dell’universo, quando si fa liquido e inesorabile.

Romina Power come Marilyn Monroe, biondissima e “nerissima” nel film del ’53 di Henry Hathaway. Romina aveva due anni al tempo, Taryn la sorella appena nata e una mamma, Linda Christian, bella e inquieta, che un giorno si sarebbe gravemente ammalata. Ti prendo per mano (Mondadori, 16,90 €), il secondo romanzo di Romina Power, nelle librerie in questi giorni, è la storia di una cinquantenne, Daria, che si trasferisce in un casa nel deserto dell’Arizona per assistere la madre malata. Tutto molto autobiografico. Metti Romina al posto di Daria e la California invece dell’Arizona.

Che ci fa da quelle parti?

«Canto con Al Bano. Sette concerti, facciamo ovunque il pieno. Il pubblico? Molti italiani, ma anche russi, giapponesi, armeni e turchi». Romina Power, oltre le colonne d’Èrcole dei sessantanni, più che mai votata all’esplorazione di se stessa. Attrice, cantante, pittrice e scrittrice.

«La scrittura è il mio piacere più intenso. Viene dai tempi del collegio, in Inghilterra. Una maestra che mi ha insegnato ad apprezzare la poesia. Ne ho scritte tante anch’io, riflessioni sulla vita e sulla morte».

Pubblicate?

«Mai. Sarebbe stato un mettersi a nudo». Come si è trasformata negli anni?

«Mi ha modificato radicalmente la scoperta del Dharma (ndr: termine che indica gli insegnamenti del Buddhci). Che questo nostro corpo, in verità, non ci appartiene. Ero alla ricerca da anni di qualcosa che mi restituisse un senso della vita».

L’ha trovato?

«Nelle parole di Geshe Kelsang Gyatso (ndr: il monaco tibetano che divulga il buddhismo in Occidente). Ascoltandolo, tutto riporta a un senso, tutto si ricompone, i conflitti e le disannonie. A 80 anni, è ancora lucidissimo, illuminante. Geshe ha sradicato la mia rabbia, mi ha riconciliato con la vita. La mia casa romana è diventata un centro di meditazione buddhista».

All’origine della rabbia?

«I quattro anni passati al capezzale di mia madre. La sua malattia. Non mi davo pace».

Lei vive in una fattoria a venti chilometri da Los Angeles con sua figlia Romina. Il romanzo è ambientato in Arizona.

«Mi piaceva collocare la storia tra una madre e una figlia nel deserto. Ho voluto condividere con gli altri soprattutto una cosa, l’importanza di accudire i propri cari quando la malattia li rende deboli e inermi».

Non così scontato di questi tempi. «La tendenza oggi è di sistemare i propri vecchi negli ospizi, che vuol dire liberarsene. Questo mettere sempre il lavoro prima di tutto mi provoca rabbia e scandalo. La vita è più importante di tutto».

Linda Christian. La malattia. Ha scoperto una madre che non conosceva?

«Quattro anni insieme, intime come mai, in cui ho scoperto il lato dolce e vulnerabile di mia madre. E poi il suo stoicismo. Non ci ha fatto mai pesare la sua malattia, mai un lamento, nonostante i dolori tremendi».

La protagonista del suo romanzo si sottrae a qualunque terapia.

«Come mia madre. Non si fidava dei medici, rifiutò la chemioterapia. Fu molto decisa in questo».

“Alla mia bellissima mamma” è la dedica del suo romanzo. Cosa le resta di quegli anni?

«Una grande tenerezza. Ho imparato cose di lei che ignoravo. I suoi gusti. Ho imparato a cucinare per lei. La viziavo in tutti i modi».

Perché il nome Daria alla protagonista?

«Non so bene. So bene invece che la gente si commuove. Mia figlia Romina mi ha detto che ha passato due giorni piangendo dopo averlo letto». Ha pianto anche lei scrivendolo? «No, mai. L’ho scritto di getto con grande lucidità».

L’esperienza con la madre malata ha cambiato il suo modo di essere a sua volta madre?

«Non credo. Sono sempre stata molto vicina ai miei figli. Una madre all’ennesima potenza. Non tutte le donne hanno l’istinto materno. Il mio è sviluppatissimo da sempre. In prima media le mie coetanee raccoglievano le foto dei cantanti, io collezionavo bambolotti con gli occhioni innocenti».

Prima di trovare sua madre, aveva cercato suo padre.

«L’ho perso troppo presto. Ero una bambina. Scrivendo Cercando mio padre ho raccolto le testimonianze di amici che lo conoscevano bene». L’hanno aiutata a “trovarlo”? «Penso di sì. L’ho sognato l’ultima volta prima di consegnare il manoscritto. Era tutto vestito di bianco e masticava qualcosa, forse una caramella. C’era poi un albero cui tagliavano le radici… Da allora non l’ho mai più sognato».

Il buddhismo arriva nella sua vita come una svolta radicale o c’erano già semi solo da fecondare?

«Arriva negli anni della malattia di mia madre, ma ero predisposta da sempre. Già negli anni ’60 leggevo i testi di Gandhi e i romanzi di Hermann Hesse. Siddharta è stato fondamentale per la mia formazione».

C’entra il buddhismo anche nella sua sorprendente scelta di tornare a cantare con Al Bano?

«C’entra assolutamente. Accettare l’idea di far felice la gente con le mie canzoni. Cose semplici. Mi ha reso anche più facile il rapporto col pubblico. Prima ero sempre intimorita. Ora non ho più paura di aprirmi agli altri. Anzi. Trovi sempre un responso che ti riguarda negli altri». Frequenta i social?

«Molto. Ho un profilo facebook privato e uno pubblico. Quello pubblico mi è stato di gran sostegno negli anni più difficili».

Penso a lei, penso ad Al Bano, ieri e oggi, e non trovo la sintesi.

«La sintesi è nell’attrazione degli opposti. Con Al Bano ha funzionato perché siamo così diversi che di più non si può».

Mi parla del suo istinto materno e penso al destino sadico che ha cancellato sua figlia Ylenia dalla vostra vita. Un atto di magia nera.

«L’America è un Paese tremendo, molto pericoloso. Spariscono le persone e nessuno fa niente. A New Orleans, in particolare. La polizia non collabo-ra, anzi depista, come se ci fosse un’organizzazione occulta da proteggere». Rassegnata? Ylenia è stata dichiarata ufficialmente “deceduta”. «La mia ricerca continua. Non è finita nel nulla mia figlia. Lo diceva anche mia madre Linda, una sensitiva capace di profetizzare il mio futuro, che Ylenia è viva. Anche i veggenti lo dicono. Oggi mia figlia avrebbe quarantacinque anni».

Raccontando il suo presente?

«Mi sento meglio nella mia pelle ora che ne ho più di sessanta di quando ne avevo venti. Non vorrei mai tornare indietro. Mi piace la mia età e non penso a nessuna correzione chirurgica, anche perché passo sempre meno tempo davanti allo specchio».

Sono in molti, anche nella sua famiglia, a fare il tifo perché ricominci la sua favola con Al Bano. «Mai più. È una storia chiusa. Prima di tornare a cantare insieme, non volevo più nemmeno sentire le nostre canzoni».

Romina e Al Bano. Funziona sempre la coppia sul palco?

«È tutto molto divertente. Ci punzecchiamo spesso, sempre di più, lo facciamo anche per la gente, senza venir mai meno al rispetto reciproco. Ma non c’è altro e va bene che sia così». Romina Power ha chiuso con quel concetto al confine dell’illusione che è l’amore?

«E perché mai? Vivo benissimo da sola, dormo alla grande con i miei cani, ma non escludo l’amore».

C’è posto nel letto per un uomo? «I miei cani permettendo. Sono piccoli ma molto gelosi».

Condividi