Ruspe, terùn e insulti, Salvini riempie Pontida

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Ha vinto la sua sfida in terra Padana: mischiare “terroni” e leghisti a Pontida. E le magliette con la ruspa sono andate esaurite. Fin qui le buone notizie per Salvini. Per il resto l’atteso primo discorso sul sacro prato del Capitano, come lo chiamano i militanti, ha deluso. Quaranta minuti di accuse e retromarce, insulti e carezze, sfoghi e battutine. Indossando panni già consumati da altri e senza mai indicare un punto, un argomento forte. Un’altalena di concetti contrastanti. “Mi fa piacere che Papa Francesco a Torino abbia trovato il tempo per incontrare dei rom e sono sicuro che avrà incontrato anche i torinesi esodati”, ha detto Salvini, per poi aggiungere: “Non mi permetto di attaccare il Papa”. Altro esempio: il nemico della giornata Matteo Renzi. Professa Salvini: “Io non insulto nessuno, la rabbia la lascio a lui e alle sue damigelle”. È riuscito a prendersela anche la Siae “che castra i nostri giovani nella cultura”. La Siae, già.

IL LEADER È GIOVANE e si farà ma sul palco è privo dell’incisività che vende negli studi televisivi. Serve il veterano Roberto Calderoli per scaldare il pra-tone che si accende quando il barbuto bergamasco tira fuori da un sacchetto di plastica due mattoni. “Uno è pieno, bello duro e serve per costruire un muro simil Ungheria così da non farli venire qui” i migranti.

“Un altro è con i fori e serve per costruire un ponte verso casa loro, un ponte a senso unico per farli tornare di là e lasciarli lì: se anche Boldrini vuole approfittarne è la benvenuta, sicuramente troverà un cammello che la accompagnerà”. Ed è l’unico vero momento in tutta la giornata in cui Pontida si accende. Di elmetti con le corna ce n’è rimasto solo uno – quello che da 25 anni indossa Sandro Candido, il “vichingo di Ceriana” – e tolta qualche barba verde, i vecchi simboli leghisti son spariti, sostituiti da ruspe giocattolo di varie forme e dimensioni, ma le micce per il cuore padano son sempre le stesse: minacce e toni forti.

Al “pezzi di merda” gridato dal palco al governo Renzi scatta il boato. Più forte di quello che scatena l’attacco alla legge Fornero “ladrata criminale”. Salvini ha vinto la sua sfida, mischiando il sud al nord a Pon-tida, ma non incanta. Sceglie di intervenire dopo un Umberto Bossi visibilmente provato. Ed esordisce con una salvinata pse-duo televisiva: fa suonare la cornamusa accanto a un albero in memoria dei leghisti scomparsi. Poi chiama i bambini sul palco e raschia il repertorio.

Passa dal “se fossimo un paese normale” tanto caro a Walter Veltroni (a cui “ruba” anche Jovanotti elogiandolo con Celentano mentre critica Fedez) alle citazioni di San Francesco d’Assisi. Sostiene di preferire “leader democratici come Putin” a Renzi – invocando che vengano fermate le sanzioni nei confronti della Russia – e promette “asili nidi gratis per tutti i bambini fino a due anni” e “noi lo faremo se andremo al Governo”. Minaccia lo sciopero fiscale, invoca l’abolizione degli studi di settori, vuole l’introduzione dell’aliquota unica al 15 per cento, intende obbligare le scuole a far studiare anche le foibe e si indigna per il reato di tortura introdotto dal Parlamento: “Un parlamento che così fa favori a criminali, noi stiamo con le guardie”.

INFINE ILLUSTRA l’evoluzione della ruspa: non solo contro i rom, dice, “ma contro Renzi che dobbiamo mandare a casa prima possibile”. Anche se “il peggior nemico di Matteo Renzi è Matteo Renzi”. Eppure “noi con la ruspa prima mandiamo a casa Renzi e poi i rom”. E il prato applaude, perché forse l’unica vera parola chiave che ha fatto la fortuna di Salvini è “rom”. Si accendono i veneti, accanto ai pugliesi. C’è anche qualche siciliano. Per carità, “la Lega non è cambiata e mai cambierà”, dice Salvini. Tocca di nuovo a Cal-deroli farsi capire dai leghisti: “Mi taglio una mano piuttosto che firmare uno statuto centralista o nazionale, la Lega ha sempre una finalità, l’indipendenza della Padania”. Che ormai comprende anche la Sicilia. Ma a Pontida vale tutto.

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