Saviano ha copiato, ma non si dice

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La finestra sul mondo può essere coperta anche con un giornale. E proprio questo sembra essere successo qualche giorno fa, quando molti quotidiani hanno titolato, con diverse sfumature e modulando le parole: «Non fu plagio. Saviano vince in Cassazione, accollo il ricorso». Anche Fautore di Gomorra, sulla sua pagina Facebook, scrive soddisfatto: «Causa plagio: contento che il mio ricorso in Cassazione sia stato accolto, niente risarcimento per i quotidiani del gruppo Libra».

Tutto bene dunque? Certo, non fosse per un dettaglio: in lealtà la sentenza della Cassazione rigetta quasi in toto il ricorso di Roberto Saviano e della Mondadori. Conferma il plagio, in Gomorra, di tre articoli edili dalla Libra, e stabilisce che il risarcimento, fissato in appello in 60 mila euro, dovrà essere ricalcolalo, indicando quali criteri sono stati usati per arrivare alla cifra finale. Spieghiamolo in maniera ancora più semplice, la Cassazione ha stabilito che una piccolissima parte del best seller Gomorra è stata copiata da articoli pubblicati su alcuni

quotidiani locali del gruppo Libra, e d’ora in poi, editore e testata dovranno essere citati all’interno del libro. Per quanto riguarda il risarcimento, dovrà essere ricalcolato.

Marco Travaglio, il dilettole de II Fallo Quotidiano, uno dei giornali che aveva dato notizia della vittoria di Saviano, sorride: «Escludo qualsiasi volontà di mistificare la realtà. Più probabilmente chi ha messo la notizia in pagina, nella fretta della chiusura, si è fatto fuorviare dal titolo dell’agenzia da cui ha attinto. Era una “breve”, con poco spazio, ed è sfuggila al mio controllo. 11 giorno successivo però siamo tornati sulla notizia con un pezzo di Oliviero Beha che raccontava come i giornali avessero raccontato l’esalto contrario della verità». Anche se, per la cronaca, Beha citava soltanto Repubblica di Napoli, il Corriere del Mezzogiorno e il Mattino. In ogni caso, che l’autore di Gomorra abbia perso la causa, ce lo dice pure l’avvocato della Libra Edizioni, Barbara Taglialatela. Letteralmente: «Ha perso, perso, perso su tutta la linea. Anche perché lui ha sempre sostenuto che i giornali che difendo erano vicini alla Camorra, ora una sentenza stabilisce che proprio da quei giornali copiò degli articoli, senza cambiare una paiola. Dopo la sentenza avrebbe potuto dire tutto, tranne che aveva vinto. Trasparenza e corretta informazione sono principi che valgono solo per gli altri?». D’accordo, ma perché anche tanti giornali hanno sostenuto che la Cassazione aveva accolto il ricorso di Saviano? «So che in serata l’agenzia Ansa è uscita con una notizia sulla sentenza con un titolo fuorviante. Diciamo che conoscendo il personaggio di Saviano non mi sono stupita di tanta imprecisione».

DISINVOLTO CON LE FONTI?

Già nel 2012 il giornalista del Corriere della Sera Giampiero Rossi spedì al Fatto Quotidiano una lettera aperta, indirizzata proprio a Saviano, nella quale, con molto garbo, e altrettanta puntigliosità, in buona sostanza scriveva: Caro Roberto, sono molto felice che tu abbia deciso di dedicare una puntata della tua trasmissione Quello che (non) ho alla tragedia degli avvelenamenti da amianto a Casale Monferrato. Però, visto che hai attinto parecchio dai due libri inchiesta che ho scritto sull’argomento, perché non hai mai citato il mio lavoro, che tanta fatica e impegno è costato? Una domanda lecita, peraltro rimasta senza risposta.

COPIARE È UNA RELIGIONE

Eppure copiare (possibilmente citando le fonti), non è affatto un disonore. In Svezia c’è addirittura la Chiesa missionaria del Kopimism, che predica la copiatura come credo e il plagio come motore dell’evoluzione. E anche senza puntare sul trascendente, gli esempi di ispirazioni non proprio originali, in ogni campo delle umane attività, sono infiniti. Gli Stali copiano le leggi migliori (e spesso anche le peggiori) dei codici di altre nazioni. I caseifici di tutto il mondo copiano mozzarel-le e parmigiano. I cantanti copiano i ritornelli, i ristoranti le ricette, i comici le battute (vi ricordate di Daniele Lultazzi?). E anche volando più in alto, tra gli scrittori è sempre stato un forsennato copia-incolla, a partire dai classici greci per passare poi da Salgari, De Amicis e Pirandello arrivando, per fare due nomi, a Corrado Augias (che ammise pronto l’errore) e a Umberto Galimberti, un filosofo così innamorato delle idee da far passare per sue anche quelle altrui: «Tanto», amava dire, «in ogni rielaborazione c’è uno scatto di novità».

E così ora, rielaborata tutta la questione della causa vinta (però persa) da Saviano, abbiamo capito che, forse, i giornali hanno ribaltato la realtà perché fuorviati da una notizia di agenzia sibillina. E che si può copiare, ma riconoscendo il lavoro altrui. A questo punto resta spazio solo per una domanda, e per una precisazione. La domanda è: d’accordo, i giornali hanno frainteso la notizia, ma almeno lui, Saviano, per quale diavolo di motivo non ha scritto correttamente quello che era avvenuto sulla sua pagina Facebook? Chiudiamo con la precisazione: l’attacco di questo pezzo è un aforisma di Stanislaw Lee. Volevamo fare i furbi e non dire nulla, ma abbiamo capito che non conviene.

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