Scambiati i referti, le curano malattia che non c’è

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Questa è la storia di A. S. che non si sente tanto bene. Ha solo 50 anni ma i dolori al petto possono essere pericolosi… Così, il 14 marzo, va al pronto soccorso dell’Ospedale Maria Vittoria, a Torino. È mezzogiorno, c’è un sacco di gente ma l’organizzazione è perfetta: triage, immediato elettrocardiogramma, consulto infermiere-cardiologo, codice verde che vuol dire visita dopo 60 minuti. Si vede che la situazione non è stata considerata grave. Meno male perché in realtà la visitano alle 16.

Arriva il medico, ha in mano un elettrocardiogramma, sembra preoccupato: “Va male, servono altri accertamenti, prelievo venoso e arterioso, radiografia torace, forse una Tac; firmi qui”. A. S. è spaventata quanto basta.

Dopo i prelievi e la radiografia il medico telefona al reparto di cardiologia, A. S. è sdraiata sul lettino.

“Strano per una persona di questa età però la situazione è brutta. Prescriverei…

Sei d’accordo?”. L’altro, evidentemente, lo è e A. S. è dimessa con prescrizione di bisoprololo (0,25) e cardioaspirina. Deve fare altri esami: prova da sforzo, dosaggio ormonale tiroide e altro elettrocardiogramma; e una visita specialistica.

LA TRAFILA la conosciamo tutti: medico della mutua per prescrizione, acquisto medicine, esami tutto il giorno stesso; per la visita specialistica bisogna aspettare almeno 3 mesi… A pagamento però è un’altra faccenda. Un’amica consiglia ad A. S. un cardiologo del Maria Vittoria, E. C. L’8 aprile è nel suo studio con la sua brava cartellina. E. C. ne studia il contenuto, fa altro elettrocardiogramma, visita. “Che strano, è tutto regolare. Del resto, per una persona della sua età… Però è meglio continuare la cura, questi fenomeni potrebbero ripetersi. La situazione richiederebbe addirittura una terapia a base di Cumadin ma ha effetti indesiderati gravi. E poi lei adesso sta bene”. “Ma dottore, a me questa terapia dà stanchezza, giramenti di testa …” “Proviamo con l’atenelolo (1,25), dovrebbe andare meglio”.

A. S. torna a casa e prende regolarmente le sue pastiglie; i giramenti di testa restano ma sono meno frequenti. Un bel giorno, il 25 maggio, decide di mettere a posto tutte le carte: referti, diagnosi… “Che strano, qui ci sono due elettrocardiogrammi pinzati insieme. Ma guarda sono tutti e due del 14 marzo, quando sono andata al pronto soccorso”. Così scopre che uno è suo, c’è scritto S., ma l’altro no, c’è scritto M.. “Vuoi vedere che si sono sbagliati?” Il 26 è al Maria Vittoria e chiede di parlare con il direttore sanitario che però non c’è. Garantiscono che le telefonerà qualcuno al più presto. E infatti, il 27, le telefona il dottor S. che le dà appuntamento per il pomeriggio. Consulta i due elettrocardiogrammi, il computer. “Vero, c’è stato un errore, sono cose che capitano…”.

A. S. NON È per niente contenta; s’è fatta una terapia inutile che le ha dato molti disturbi e, soprattutto, si è spaventata. A. S. va di nuovo dal dottor E. C cui racconta la sua scoperta. E. C. è imbarazzato; però – le dice – non è colpa sua. Lui non è tenuto a controllare il nome che, in piccolo, appare su un angolo dell’elettrocardiogramma, sono documenti che arrivano da un ospedale; qualche volta il nome non c’è nemmeno, compare solo sul referto. Ha controllato il tracciato, questo sì; e da lì risultava una grave fibrillazione atriale. Comunque ogni terapia è superflua. A. S. se ne va, arrabbiata ma sollevata.

La storia si presta a diversi piani di lettura: l’organizzazione del pronto soccorso, i tempi necessari per una visita specialistica. Ma io sono sensibile soprattutto a un terzo profilo: A. S. è rimasta vittima di un “errore”. Un “errore” vero, fondato sull’affermazione di un fatto incontrastabilmente escluso dalla documentazione: non era malata, il malato era M; ma il medico non ha guardato tutti (tutti) i documenti. Se gli esami di S. non fossero stati perfetti (come erano) e i medici avessero prescritto una terapia idonea; e se qualche altro medico, anche un “luminare”, l’avesse ritenuta non idonea e ne avesse prescritta altra; ecco, si sarebbe trattato di valutazioni, non di “errori”; e va a sapere chi aveva ragione. Certo, in medicina c’è quasi sempre una prova decisiva: la guarigione o il peggioramento; e la possibilità scientifica di identificarne le ragioni. Insomma la “verità” può essere accertata (non sempre, comunque). Ma nei processi le cose non stanno così; la “verità” non esiste, ci sono solo valutazioni differenti. Qualche volta si scoprono fatti nuovi oppure – per restare in tema – gli “errori”, quelli veri; ma sono proprio pochi.

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