Scuola di nuovo in piazza Il Pd, per ora, non si ferma

392

Sono tornati a manifestare in tutta Italia, rioccupando diverse piazze. A Roma – con un corteo dal Colosseo a piazza Farnese – a Pisa, Messina, Milano, Torino, Cuneo, Bologna, Bari e Latina. Docenti affiancati da bidelli e da studenti, ma anche genitori e sostenitori vari. I manifestanti hanno mostrato striscioni e cartelli come “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, oppure “Ritiro del ddl senza se e senza ma”, “Riforma si ma non così”. Slogan e cori contro Matteo Renzi – “Siamo al Colosseo casca Matteo” o “Renzi stai sereno, non ci fermeremo”.

ALLA FINE SONO 70 le città toccate dall’ennesima protesta dei sindacati della Scuola Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda a cui si sono uniti anche i Cobas. In piazza per dire di nuovo che la riforma di Renzi, e della ministra Giannini, va cambiata, anzi ritirata come hanno urlato gli studenti dell’Uds.

Il rapporto tra i docenti che protestano e il Pd a guida ren-ziana resta, quindi, conflittuale nonostante lo scontro abbia finora avuto un esito solo negativo per il partito di governo. Gli insegnanti non hanno votato Pd e si sono largamente astenuti. Per rendere ancora più chiaro il rapporto basta scorrere il sondaggio online pubblicato dal sito specializzato, e molto visitato dai professori, orizzontescuola.it: alla domanda su chi votereste alle prossime elezioni fino all’altra sera, il 75% rispondeva M5S e solo il 6% si dichiarava disposto a votare il Pd.

Dal canto suo, però, il presidente del Consiglio non sembra voler recepire il messaggio. L’ultima proposta avanzata dalla minoranza interna – stralciare il provvedimento sulle assunzioni dei precari e rinviare il resto – è stata bocciata ieri dalla responsabile scuola del Pd, e relatrice del ddl al Senato, Francesca Puglisi: “Non ha alcun senso assumere 100mila persone a situazione invariata, perché non sapremmo come impiegarli. La scuola non è un ufficio di collocamento”. Nessuno slittamento, quindi, sui tempi della riforma “a meno che non ci sia ostruzionismo” dice Puglisi. Il testo deve andare in approvazione finale entro il 15 giugno per poi tornare alla Camera.

QUESTI I TEMPI, a meno che le ulteriori proteste di ieri non inducano il Pd a un supplemento di riflessione interna. Un passaggio cruciale è rappresentato dalla direzione del partito di lunedì in cui si vedranno i reali rapporto tra il segretario e i suoi contestatori interni.

I sindacati, in ogni caso, si preparano a sostenere la protesta più impegnativa, il blocco degli scrutini pubblicato ufficialmente dal sito del Ministero. Flc Cgil, Snals, Cisl, Uil e Gilda hanno promosso uno sciopero breve di un’ora – che però, all’atto di insediamento delle commissioni d’esame, provocherà il loro slittamento – con esclusione delle classi terminali nei casi in cui “gli scrutini siano propedeutici agli esami conclusivi dei cicli di istruzione” (terza media e ultimo anno della scuola superiore). Anche Cub e Ugl si muoveranno nella stessa direzione sia pure con qualche impedimento in più. Queste le date previste: l’8 e 9 giugno si fermeranno Emilia Romagna e Molise; il 9 e 10 giugno, Lazio e Lombardia; il 10 e 11 giugno, Puglia, Sicilia e Trento; l’ 11 e 12 giugno, Campania, Liguria, Marche, Sardegna, Toscana, Umbria e Veneto; il 12 e 13 giugno, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Friuli V.G., Piemonte e Val D’Aosta; infine, il 17 e 18 giugno l’Alto Adige (Bolzano). Ieri il Corriere della Sera ha pubblicato la notizia di possibili convocazioni, da parte dei presidi, il sabato sera o la domenica per evitare il blocco degli scrutini: “Se questi dirigenti dello Stato dovessero veramente spostare qualche scrutino a domenica 14 giugno – spiega Marcello Pacifico presidente del sindacato Anief – si prenderebbero una bella responsabilità, perché stiamo parlando di attività a tutti gli effetti funzionali all’insegnamento, che devono essere obbligatoriamente svolte in orari e giorni feriali. Viene da sé che non seguire questa norma contrattuale, ledendo il diritto al riposo settimanale dei lavoratori che operano nella scuola, comporterebbe delle conseguenze legali di cui i dirigenti dovranno rispondere in prima persona”. La guerra continua.

Condividi