Scuola, il grande stop

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Il gessetto e la lavagna con cui Matteo Renzi, in maniche di camicia, “insegnava” agli italiani la sua riforma della scuola sono ormai un ricordo lontano. Svestiti i panni del professore buono, ieri Matteo Renzi nello studio di Porta a Porta davanti a Bruno Vespa ha mostrato il volto più cattivo e più duro. “Quest’anno con tremila emendamenti in commissione non si riesce ad assumere i 100mila precari a settembre”.E dunque: “Le scelte dell’opposizione hanno come conseguenza che il provvedimento non riuscirà a entrare in vigore in tempo per settembre”. Ecco la proposta: “Nei primi giorni di luglio faremo una Conferenza nazionale sulla scuola: li chiamiamo tutti, sindacalisti, presidi, docenti, famiglie. Faremo parlare tutti, noi presentiamo la nostra proposta e una volta ascoltati si chiude”. Va da sé, che con questo procedimento, la riforma slitta. E non a luglio, magari a dopo l’estate. A settembre. O chissà.

L’annuncio questa volta è un annuncio al contrario: Renzi affonda la sua riforma sulla scuola. È la prima volta che il premier decreta lo stop di un provvedimento sul quale ha puntato, sul quale ha investito, anche in termini di immagine.

LA REALTÀ è che in Senato i numeri non ci sono: in Commissione “i ribelli” dem Tocci e Mineo hanno da giorni dichiarato che avrebbero votato l’emendamento di Sel all’articolo 10 per separare le assunzioni dei precari dal resto della riforma. Renzi dall’inizio ha detto che non ci stava. Ma stavolta non è in condizione di piegare le resistenze, tirare diritto e magari mettere la fiducia in Aula. La trattativa è fallita, il rischio di andare sotto, prima in Commissione, poi in Aula, è troppo alto.

E così, scarica il fallimento della riforma su minoranza e sindacati: “La colpa è loro che hanno fatto il blocco insieme ai professori assunti a tempo indeterminato, i quali hanno fatto muro contro i presidi”, sono i ragionamenti. E insomma, “io avrei voluto farla questa riforma, ma mi hanno detto di no in tutti i modi”. È anche un’ammissione: perché Renzi si è trovato di fronte una rivolta da parte del mondo della scuola che non si aspettava e non è stato in grado di fronteggiare. “Abbiamo sbagliato, non siamo stati in grado di comunicare”, ha detto più volte in questi ultimi giorni sulla #buonascuola. E dunque, prende tempo, riflette, torna indietro. Ma con il risultato negativo delle amministrative, sul quale ha pesato anche il non voto degli insegnanti e dei precari della scuola, il dietrofront suona tanto anche come una vendetta, che si scarica su chi non viene assunto. “Scaricabarile”, accusa Stefano Fas-sina. Ma il segretario-premier tira diritto. Non può rischiare che la maggioranza non tenga, tra tensioni Ncd e ribelli Democratici non può rischiare agguati. Meglio la retromarcia con colpevole designato.

RETROMARCIA che è nei fatti, ma che il premier vuole addossare agli altri. Non a caso, allora, in un tweet che segue l’annuncio, la mette in un altro modo: “Noi ci siamo, spero anche gli altri”. Seguono dichiarazioni dei fedelissimi. Come quella di Andrea Marcucci, presidente della commissione Cultura: “Quando il ddl sulla scuola fu presentato alla Camera, il premier Renzi parlò di sfida al Parlamento, per fare presto e bene. Ora che anche le assunzioni sono a rischio per il 2015, vedremo se nelle prossime ore si ridurranno gli emendamenti, compresi quelli della minoranza Pd”. Ramoscello d’ulivo estremo, richiamo alla responsabilità dei Democratici. Perché “il tempo stringe, minoranza Pd e opposizioni possono fare un gesto di buona volontà e consentire l’approvazione del ddl. Domani (oggi, ndr) la commissione Istruzione resta convocata alle 8,30”.

Quello che accadrà stamattina è che il governo chiederà tempo. Quel tempo che è già scaduto per le assunzioni. Marcucci ascolterà i commissari, poi sospenderà i lavori. Fino a data da destinarsi. La riforma è data per finita dai più. Come è dato sempre più in bilico il ministro della Scuola, Stefania Giannini. E il Pd non gode di buona salute, con i fedelissimi del premier che parlano di una rottamazione tutta da fare sul territorio. Che sarebbe l’ occasione “buona” di questa sconfitta. Intanto, ieri il premier l’ha ammesso: “È il momento più difficile della legislatura”. Si ricomincia a parlare di voto anticipato. “Renzi non voleva le elezioni quando vinceva, figuriamoci se le vuole ora che perde”, sintetizza un fedelissimo. Certo il premier non le vuole. Il punto è se ce lo portano gli altri. Alla faccia della nuova fase annunciata dallo stesso Matteo: “Devo tornare a fare il Renzi1”. Quello che evocava le primarie e rovesciava i tavoli, tanto per citare qualche caratteristica. Quello che il rischio elezioni se lo sarebbe preso? Il dibattito è partito. La battuta di Matteo Orfini, presidente del Pd e commissario di Roma, è fulminante: “Renzi uno e Renzi due? Ce ne basta uno”.

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