La solitudine dei Secondini nelle Carceri Italiane

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Carceri Italiane- La solitudine dei secondini. Un altro punto di vista sulla condizione delle carceri italiane.

Carceri Italiane- Solo qualche giorno fa, su questo sito, si è trattato del tema dell’emergenza sovraffolamento carceri, analizzando i dati statistici in relazione al 2012 e al 2013 in merito all’andamento delle carceri italiane, con annessi rimproveri dell’Unione Europea per le condizioni sempre peggiori in cui vengono tenuti i nostri carcerati.
La tragedia del carcere Lorusso Cotugno, a Torino, ha riaperto nuovamente uno spiraglio di luce su quella che è una verità ormai sempre più scomoda e gravosa per il nostro Paese.
La parola, questa volta, spetta ai secondini: sono figure che spesso stentano ad emergere, offuscate dal fragore delle polemiche sulle condizioni delle carceri e sui maltrattamenti, non rari, che al loro interno si susseguono.

“Il nostro è un lavoro molto duro”, affermano: non si tratta di un semplice servizio di vigilanza, né si possono limitare a chiudere le celle o far rispettare gli orari.
Il loro è un mestieri che li mette quotidianamente a contatto con una realtà ben più difficile da digerire di quel che si può immaginare: i detenuti, prima di tutto, sono esseri umani, la cui vita trascorre tra le sbarre di una cella e qualche sporadica ora d’aria.
La repressione fisica e psicologica esplode, sovente, in episodi di violenza, contro di sé e contro terzi, che i secondini devono saper gestire, contenere e, ove possibile, prevenire.

Alla routine quotidiana, fatta di orari da rispettare e procedure specifiche e da seguire al dettaglio, si aggiunge quindi la difficoltà di avere a che fare con esseri umani in una condizione diversa da quella naturale, lontani dalla libertà, dalle proprie famiglie e in una situazione psicologica di difficile gestione.

Sono 38mila gli agenti di polizia penitenziaria attualmente in servizio in Italia ed ognuno di loro viene sottoposto alle rigide norme dell’ordinamento penitenziario: rigoroso l’ordine e il comportamento che ognuno di loro deve curare, dettagliate le procedura da seguire e vincolanti le disposizioni provenienti dalle singole direzioni, pena in ogni caso procedimenti disciplinari a loro carico e/o sanzioni amministrative.

Proprio il timore di incorrere in un procedimento disciplinare sembra essere stato alla base del tragico gesto compiuto ieri da un agente torinese nei confronti di un suo superiore, entrambi deceduti.

La rabbia e la sofferenza represse dei detenuti si mescolano con la paura, la tensione e le difficoltà dei secondini: l’unione di queste difficoltà all’interno di una singola struttura, sovente troppo piccola, comporta conseguenze tragiche.

“Diranno che è successo per motivi personali ma non è vero. E’ questa solitudine che uccide”.

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