Sfide Apple e Google alla battaglia dei negozi

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Produce di più, ma guadagna meno. È il paradosso di Google Play, lo store di software per dispositivi mobili di Google. Un rapporto rovesciato rispetto all’AppStore, l’equivalente di casa Apple: meno prodotti ma più guadagni. È da questo asse ribaltato che parte la guerra delle applicazioni fra i due giganti. O meglio, la rincorsa di Mountain View per inseguire (e magari superare) Cupertino. Che già dagli esordi si era posizionata in vantaggio: entrambi gli store sono stati lanciati nel 2008, ma quello di Apple a luglio mentre Google ha inaugurato il suo ad ottobre.

Google, a dire il vero, un primo sorpasso è già riuscita ad ottenerlo. A fine 2014 il colosso guidato da Larry Page ha raggiunto il numero totale di 1,43 milioni di applicazioni lanciate da un esercito di 400 mila sviluppatori a livello globale. Apple è rimasta indietro: alla fine dello scorso anno le applicazioni disponibili per il sistema iOS sono arrivate a quota 1,21 milioni mentre gli sviluppatori si sono fermati a 280 mila. Con numeri del genere, è facile capire come mai le quote di mercato dei download vedano Big G in netto vantaggio: Google Play totalizza il 22,2% delle app scaricate a livello globale contro il 13,9% di AppStore (la parte del leone spetta a China Android con il suo 62,8%).

Mettendo in fila questi dati sembra che l’ago della bilancia sia tutto a favore di Mountain View. Ma sono i dati relativi al mercato delle vendite a ribaltare la situazione. Qui Apple primeggia con un 44,7% del mercato globale, seguita da Google Play con il 28,6% e da China Android con il 23,8%. Insomma, Google sviluppa ma è Apple a vendere.

Frammentazione

Colpa della frammentazione, secondo una recente analisi del Financial Times: Android, il sistema operativo sviluppato da Google, «gira» sull’80% del mercato globale dei dispositivi mobili ma è anche utilizza la cinese Xiaomi – e ognuna di queste società sviluppa store di applicazioni personali. Colpa, anche, della dispersione: dalle applicazioni per le smart home, le case intelligenti, a quelle per le automobili, Google ha messo i piedi in troppe scarpe. Mentre Apple, dal canto suo, si è focalizzata su poche categorie di prodotto. Un’altra strategia che i due big hanno impostato in modo molto diverso è quella relativa agli sviluppatori. Anche in questo caso Cupertino ha scelto di averne pochi ma buoni. Il risultato è che ogni sviluppatore Apple ha creato, in media, 4,2 applicazioni mentre la media dello sviluppatore Google si attesta sui 3,5 software a testa. Non è difficile capire perché: visto che la piattaforma di Apple è più remunerativa (come, appunto, illustrano i dati precedenti), gli sviluppatori sono incoraggiati a lanciare nuovi software.

Occasioni da sviluppare

Una delle possibili soluzioni, per Google, sta nel riuscire a imporsi nei paesi in via di sviluppo. Per questo il colosso sta spingendo per portare Internet nelle zone più remote del mondo. In attesa di riuscirci, vincendo un’altra guerra con Facebook che si sta impegnando per lo stesso obiettivo, Mountain View ha già annunciato il rilascio di nuove strumentazioni per utilizzare le sue applicazioni di base anche in modalità offline. Mappe comprese. Ma, senza considerare i luoghi più difficili da raggiungere, a Big G basterebbe riuscire a scardinare la muraglia cinese: in Cina, ora, le sue applicazioni sono bloccate. Se la società riuscisse a mettere le mani nel mercato interno del Paese la sua fetta della torta del mercato delle vendite passerebbe dal 28,6% attuale ad un potenziale 52% secondo i calcoli della società di analisi Digi-Capital.

In ogni caso, come ha rivelato al Financial Times Sebastian Thrun, ex capo della divisione sui progetti avveniristici di Mountain View Google X, per ora il colosso ha deciso di procedere a piccoli passi. Niente grandi rivoluzioni, nessuna strategia aggressiva. Soprattutto dal momento che il focus resta la guerra degli smartphone e che quella su sistemi operativi e applicazioni per ora sembra essere secondaria. «Possono anche esserci grandi visioni, ma il cambiamento ha bisogno di implementazioni e queste richiedono passaggi intermedi. Android sta entrando nella fase della maturità», ha spiegato l’ex manager.

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