Squadra mobile, Daniele Liotti ha spiazzato tutti con il personaggio del commissario Sabatini, corrotto e senza scrupoli

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Qualche settimana fa stavamo realizzando per Sorrisi il servizio fotografico con il cast di «Squadra mobile»: Giorgio Tirabassi, Daniele biotti e Valeria Bilello. Eravamo a Roma, a Villa Borghese, all’aperto, quando tre ragazze di passaggio mi chiedono se possono avere degli autografi. «Appena terminiamo» dico loro. «Ma da chi lo volete?». «Da tutti» rispondono. Non se ne abbiano a male gli altri, ma dopo l’ultimo scatto le tre ragazze si sono fiondate su biotti e l’hanno tenuto un quarto d’ora a fare selfie e ridacchiare.

Biotti è un sex symbol, e lui lo sa. «Mentirei se dicessi che la cosa mi infastidisce» mi spiega oggi. «Un bell’aspetto fa parte del personaggio: l’importante è non pensare che sia sufficiente. Un vero attore deve riuscire a usare anche le proprie corde interiori. Dopodiché so bene che il mio aspetto è uno dei motivi per cui ho cominciato a fare questo lavoro».

Il debutto di Liotti è stato quasi comico. Nel 1993 si presenta con la fidanzata a un provino per un film. «Ero in una stanza piena di belle ragazze, cercavano la protagonista. A un certo punto regista e aiuto regista fanno capolino da una porticina e cominciano a complottare sottovoce. Guardano nella mia direzione e dicono: “Tu! Vieni qui”. Varie ragazze si alzano. “No, non lei, neanche lei… lui”. Le ragazze si voltano tutte a guardarmi. Vado dentro e mi fanno: “Parla inglese?”. Scolastico. “Esperienze d’attore?”. Nessuna. “Te la sentiresti di fare un tentativo?”».

E così avvenne che Daniele Liotti recitò in “Un vampiro a Miami”, proprio nel ruolo del vampiro, col nome d’arte di Anthony Foster. «Girammo anche a Miami. Mi sentivo a Hollywood».

E la sua fidanzata? «A lei andò male. Scelsero un’altra ragazza».

Di aneddoti come questo Liotti ne ha diversi. «Studiavo giurisprudenza, facevo il calciatore, aiutavo mio padre a vendere enciclopedie porta a porta: a recitare non ci pensavo proprio. Sembra che questo lavoro abbia scelto me, piuttosto che l’inverso. Un anno dopo il vampiro accompagnai un amico a un provino per uno spot Barilla, mi videro, mi convinsero a farlo anch’io: alla fine mi scelsero tra 250 candidati. Facevo un marinaio che arrivava in gommone, entrava in un ristorante e assaggiava la pasta. Quando tornai a vendere enciclopedie la gente mi riconosceva e io facevo tre o quattro contratti al giorno. Mio padre non se ne capacitava».

Liotti capisce che la strada è segnata. «A quel punto ho preso in mano le redini, ho deciso di fare seriamente l’attore e mi sono messo a studiare». Da allora non hanno più smesso di riconoscerlo per strada. Oggi che fa il cattivo in «Squadra mobile», poi, lo fermano in continuazione. «Sa però cosa mi stupisce? L’odio che il mio personaggio suscita nelle persone. Sono abituati a vedermi in altri panni, un cattivo come Sabatini da me non se l’aspettavano. Me lo dicono proprio: ma perché ha fatto questo personaggio così spietato? L’altro giorno in un bar un tizio che non avevo mai visto in vita mia mi si avvicina e mi sussurra all’orecchio: “Certo che sei proprio un infame”. In effetti Sabatini è un traditore, un cocainomane, un assassino… Essere detestato significa che ho centrato l’obiettivo. Di beniamini eroici in tv ne ho fatti tanti e continuerò a farne, ma ho sempre odiato le etichette, non mi piace essere bollato. Per me recitare significa poter variare la gamma dei personaggi. Perciò sono contentissimo di essermi cimentato con un personaggio lontano da me. E di aver vinto la sfida».

Soddisfatto sì, ma quando Liotti si rivede in tv succede quello che capita di solito agli attori. «Non mi piaccio. Quando mi guardo mi vengono in mente tante altre soluzioni che avrei potuto utilizzare. I margini di miglioramento sono tanti. Però sono contento di come sono riuscito a “spegnermi”, cioè a trovare uno sguardo torvo e inquieto: è una cosa su cui ho lavorato tanto».

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