Strage in Tunisia caccia ai complici il governo chiude ottanta moschee

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La polizia tunisina ha passato la serata a casa di Seifaddine Rezgui, dalle parte di Gaifhour. Ha messo sotto torchio i due poveri genitori, quel figlio jihadista di 23 anni non tornava a casa da più di sei mesi e loro non avevano avvertito nessuno. Hanno dimenticato di aggiungere, gli uomini delle squadre speciali di Tunisi, che avrebbe potuto loro stessi muoversi prima. Perché Seifaddine, il massacratore di Sousse, l’uomo in nero della strage fra gli ombrelloni, l’ingegnere fresco di un master in informatica, non era uno sconosciuto come hanno provato in queste ore a farci credere.

Ai tempi dell’università militava nella Gioventù islamica, per dirne una, e questo era negli archivi. Ma s’era spinto più in là, alla vigilia dell’ultimo Capodanno aveva fatto il suo testamento ideologico, e ovviamente su facebook: «Se dicono che la Jihad è criminale, allora sono un criminale anch’io». Più chiaro di così, ma non è bastato. Non è bastato neppure che si sapesse delle sue frequentazioni di scuole radicali, come quella dell’imam Malek. C’è voluto che scendesse da quel barchino rosso e cominciasse a sparare: uno, due, dieci, trentanove morti prima di finire freddato sull’asfalto.

LA RIVENDICAZIONEL’Isis ha rivendicato l’attentato e ha parlato proprio di lui su internet: «Un soldato del Califfo ha attaccato le tane della fornicazione, del vizio, dell’apostasia», e l’ha chiamato con un nome lunghissimo, Abu Yahya Al Karouani. Eppure tutto questo concentrarsi su Seifaddine, anche da parte degli investigatori tunisini, non convince. Come se si volesse in qualche modo nascondere che una riscotruzione completa e credibile della strage del Marhaba ancora non c’è. La notizia del telefonino ritrovato in mare ieri mattina sembra un diversivo: potrebbe essere il suo cellulare, se solo la fortuna assistesse le indagini, ma anche quello dell’ultimo turista britannico.

La verità, una verità fin troppo facile da raccontare, è che l’assalto al Marhaba è stato accuratamente pianificato e, se non altro per questo, affidato a un commando di almeno cinque, sei terroristi. Ha sparato solo lui, Seifaddine, d’accordo, ma chi gli è stato intorno? Cominciamo dal barchino rosso, che lo hanno visto in tanti. Ne è sceso solo lui, l’ingegnere informatico orginario di Karouan, la citta più santa delle città sante di Tunisia, ma l’altro, l’uomo che gli era accanto, che fine ha fatto? Sparito, inghiottito dal mare. Purtroppo ne ha avuto tutto il tempo. Venti, trenta minuti durante i quali alla strage non è stata opposta nessuna resistenza, né un vigilante armato, né un intervento della polizia. Solo Seifaddine, il suo kalashnikov e i villeggianti che chiedevano pietà. Sparito, quindi, l’uomo che timonava il barchino rosso, il complice vero di questa strage. Ma chi li assisteva da lontano?

Erano sul retro dell’albergo gli altri del commando. Uno sicuramente, e comunicava via cellulare, come se dovesse controllare lui le mosse di Seifaddine , come se dovesse certificare la sua avvenuta, sanguinaria adesione alla Jihad. È stato arrestato poco dopo la strage quest’uomo, ma chissà se parlerà. Poco lontano, dalle parti di Akouda, ne sono stati bloccati altri due , inchiodati dalla telecamera di un’azienda italiana: erano loro l’ultimo anello della strage?

LE MISUREDa Tunisi il governo risponde con grandi annunci: ottanta moschee saranno chiuse entro una settimana perché luoghi di culto ormai fuori controllo, dove si incita «alla violenza, all’odio relgioso e al terrorismo». È una misura forte, al decimo giorno di Ramadan, ma non può bastare. È in gioco la struttura di un intero Paese e Sousse, con la sua sterminata periferia di delusi e di violenti, ne sembra l’anello più debole.

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