Stuprata dal branco, ma per il giudice è stato «un momento di debolezza»

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«Un momento di debolezza della ragazza» e la Corte d’Appello di Firenze li assolve dalla pesante accusa di stupro di gruppo. Già, perché per i giudici toscani quei sei imputati (tutti giovani sotto i 25 anni al momento del fatto e tutti italiani) non hanno violentato la ragazza di 23 anni che stava in macchina con loro. Anzi, la denuncia della donna era solo un modo per «rimuovere» il suo «discutibile momento di debolezza e di fragilità». Come a dire: ci siamo sbagliati, ma adesso rimediamo.

I fatti. Firenze, 26 luglio 2008. É notte, un’auto accosta nei pressi della Fortezza da Basso, zona Sud della città. Dentro la vettura ci sono diversi ragazzi: ritornano da una festa, hanno alzato un po’ il gomito. Stando a quanto sostenuto in tribunale dall’accusa abusano della 23enne proprio lì, per strada, dentro quella macchina parcheggiata a ridosso dei viali della Circonvallazione. Approfittano di lei e della sua «attenzione menomata» (così sostengono in aula gli avvocati) a causa dell’alcool di troppo bevuto in compagnia.

La mattina dopo la ragazza denuncia i suoi “amici” e scattano le prime manette: i sei vengono arrestati. Rimangono in galera un mese, poi ne passano due ai domiciliari. Eppure la linea dell’accusa non cambia di una virgola e quella ricostruzione convince i magistrati del primo grado, tanto che l’intero gruppo viene condannato dal tribunale di Firenze. Quattro anni e sei mesi di carcere (mica bruscolini) per aver abusato delle «condizioni di inferiorità psichica e fisica» della loro coetanea. Insomma, pubblici ministeri e magistrati hanno le idee chiare: la ragazza era ubriaca e loro ne hanno approfittato. Nel peggiore dei modi.

E però i sei fanno ricorso in Appello e la situazione cambia. Meglio, si ribalta completamente a loro favore. Così gli imputati vengono assolti: é il quattro marzo di quest’anno, le motivazioni della sentenza invece sono uscite ieri. I giudici di secondo grado affermano senza girarci troppo introno che il comportamento della ragazza fa «supporre che se anche non sobria» fosse a ogni modo «presente a se stessa». Tradotto significa che era ubriaca sì, ma non così tanto. Non da non rendersi conto di quel che stava succedendo, almeno. Motivo per cui, sembra di leggere tra le righe, non ha opposto resistenza e quindi di stupro non è lecito parlare. Il suo racconto presenta «molte contraddizioni» (sostengono le toghe fiorentine), la sua versione è «vacillante» (idem) ed é stata smentita «clamorosamente» dalle indagini (idem).

Alla semplice lettura del dispositivo, qualche mese fa, sono arrivate anche alcune lacrime. Quelle degli imputati assolti, però: un pianto liberatorio. I legali dei sei hanno sempre sostenuto che la ragazza fosse consapevole in quella macchina, ora il tribunale di secondo grado dà loro ra gione. «Una motivazione densa di giudizi morali», commenta a muso duro Lisa Parrini, avvocato della ragazza che attacca la definizione «vita non lineare» contenuta in quelle scarse quattro paginette targate Corte d’Appello con la quale é stata descritta la sua cliente: «così si sostiene che il suo comportamento abbia dato modo ai ragazzi di pensare che fosse consenziente».

Tant’é. La Corte d’Appello ha fugato ogni dubbio: per i giudici si tratta semplicemente di una «iniziativa di gruppo comunque non ostacolata». Perché quei ragazzi posso anche aver «mal interpretato la disponibilità» della 23enne, ma lei non ha operato «alcuna censura apprezzabile tra il precedente consenso e il presunto dissenso». Morale: é «rimasta in balia del gruppo», ma non é stata violentata. Fine della storia. O quasi. Manca ancora la Cassazione.

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