Tesoro, quasi 5 miliardi di risparmi in bilico Padoan: “Niente rischi”

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Più che i dieci miliardi di euro di prestiti diretti concessi da Roma ad Atene, la preoccupazione del Tesoro è un’altra. Il caos greco rischia di complicare ulteriormente il percorso già accidentato dell’esecutivo verso la prossima legge di Stabilità. La manovra finanziaria per il prossimo anno parte con un pesante fardello, la necessità di dover trovare attraverso la spending review i 10 miliardi di euro necessari ad evitare che dal primo gennaio del 2016 scatti la clausola di salvaguardia inserita lo scorso anno nei conti e che farebbe aumentare di due punti l’Iva.

Il Tesoro è già stato costretto a spendere il «bonus» sui conti da 1,6 miliardi di euro dovuto alle migliori previsioni di crescita, per coprire il buco aperto dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il blocco delle perequazioni delle pensioni del governo Monti. Quella stessa decisione comporterà un onere strutturale di 500 milioni l’anno da trovare sempre nella Stabilità. Così come nella legge di bilancio ci sono da reperire anche le risorse per sbloccare i contratti del pubblico impiego, dopo che sempre la Consultane ha dichiarato illegittimo il blocco. A questi vanno aggiunti altri 700 milioni dell’abolizione della Robin Tax sulle imprese energetiche, e altri 780 milioni per sostituire il meccanismo di inversione contabile dell’Iva, bocciato invece dall’Unione europea. Senza contare che nel menù della legge di Stabilità c’è anche l’introduzione di un meccanismo di flessibilità per il pensionamento che si preannuncia oneroso. Fino ad oggi si era molto contato sul cosiddetto «dividendo da spread».

L’ultimo documento di economia e finanza stimava un tasso medio del 2% sui Btp decennali per tutto il 2015. Questo, sempre secondo i calcoli, avrebbe consentito una minore spesa per interessi di oltre 4,8 miliardi di euro. È questo tesoretto che potrebbe essere messo a rischio da un rialzo degli spread. Un rischio sul quale ieri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha provato a rassicurare, spiegando che il Tesoro nel delineare le stime del Def ha usato un atteggiamento prudente sugli interessi. Inoltre, ha aggiunto Padoan, in questi mesi in cui i tassi sono stati bassi si è approfittato per «mettere fieno in cascina». Ed in effetti ad aprile di quest’anno il Tesoro ha già collocato il 42% dell’intero programma di emissione del debito pubblico del 2015.

Sul fronte dell’esposizione con Atene, oltre ai dieci miliardi prestati direttamente, il conto dell’esposizione di Roma è più alto: 40 miliardi di euro in tutto. Ci sono 23,3 miliardi del Efsf, l’Euro-pean financial stability facility, il meccanismo temporaneo di risoluzione delle crisi dei debiti sovrani creato nel 2010. Questo fondo ha erogato 130,9 miliardi complessivamente alla Grecia nell’ambito del programma di salvataggio. La quota italiana è di poco inferiore al 18%, la terza per importanza dopo quelle di Germania e Francia. Altri 7 miliardi circa, sono riconducibili alla quota dell’esposizione delle banche centrali verso Atene per l’acquisto di titoli di Stato ellenici attraverso la Bce.

Il totale in questo caso è di 54 miliardi di euro, circa 19 dei quali acquistati tramite il programma Smp lanciato da Francoforte nella fase più acuta della crisi dello spread. Se Atene non fosse in grado di far fronte ai suoi impegni, la Bce dovrebbe sostenere una perdita che dovrebbe poi essere ripianata pro quota dalle banche centrali di tutti i paesi che partecipano al capitale dell’Eurotower. La quota italiana è del 12,3%. Secondo altre stime, l’esposizione totale di Roma potrebbe arrivare addirittura a 65 miliardi se venissero considerate altre voci, come per esempio la partecipazione italiana al fondo salva Stati Esm, o i rischi connessi al mancato rimborso della liquidità di emergenza erogata dalla Bce ad Atene per 89 miliardi. In realtà l’Esm non è stato attivato e gli 89 miliardi dovrebbero essere ripianati dalla Banca centrale di Atene in caso di default.

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