Tunisi choc, il racconto degli italiani scampati al massacro

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La prima raffica sparala da Sei-feddine Rezgui sulla spiaggia di Sousse è finita nella sabbia. Giovane e inesperto, hanno commentato gli analisti delle centrali antiterrorismo europee e americane. Si txalta probabilmente di un giudizio da rivedere. 0 meglio, giovane sì, visto che aveva 23 anni. Ma non inesperto, visto che in poche decine di minuti, senza l’aiuto di nessuno, ha messo la firma su una strage che al momento di andare in stampa è fissata su un bilancio di 39 morti e 38 feriti. «Seifeddine era perfettamente addestrato sapeva cosa voleva e come poteva ottenerlo», spiega un ex militare, responsabile sicurezza di un hotel di Sousse, che ha visto l’attacco sui monitor delle telecamere a circuito chiuso.

«Ila usato in contemporanea un fucile mitragliatore e tre granale artigianali, ha sparalo più di cento colpi mettendoli  a segno quasi lulti e cambiando almeno 4 o 5 caricatori. Ma proprio quello che molti giudicano un errore è la prova definitiva della sua preparazione. Dopo quella prima raffica nella sabbia tutti i turisti che erano al sole sono schizzati in piedi, hanno cominciato a correre e si sono raggruppati davanti al passaggio per rientrare in albergo. Seifeddine non avrebbe mai potuto fare un simile massacro colpendo le sue vittime una a una, ma sparare nel mucchio è stato facilissimo».

Qualcuno l’ha vista sui monitor, altri l’hanno vissuta in diretta. Con parole diverse e la paura che ancora fa tremare la voce è la stessa situazione descritta da Anna S., originaria di Cassino e da oltre 40 anni residente in Germania: «Ero stesa a prendere il sole al bagno del mio hotel, il Moura-di Palm Marina», racconta la donna, «ho sentito i colpi, mi sono seduta sul lettino e ho visto tutti scappare. Ho cominciato a correre anch’io. Ma il mio lettino era il più lontano. Sentivo dietro di me i colpi, facevo più veloce che potevo ma non arrivavo mai. Il cuore mi batteva forte e a un certo punto tutto davanti a me è diventato nero e sono svenuta nella sabbia. Mio marito e i ragazzi dell’hotel mi hanno preso e mi hanno portalo dentro».

Un grande spavento. Ma niente di più. Si sarebbe poi capito che Anna, il marito con tutti gli ospiti del suo albergo non erano stali sorteggiali alla lotteria del terrore. Arrivato sul litorale da una stradina laterale Seifeddine è passato davanti a loro con un ombrellone sotto il braccio, come un qualsiasi bagnante. Non è lì che voleva colpire. 11 suo obiettivo era poche decine di metri più in là. Ha percorso un breve tratto di spiaggia libera e si è fermato. in ginocchio dietro a un pannello che reclamizzava escursioni in mare, ha sfilato il Kalashnikov nascosto tra le pieghe dell’ombrellone, è avanzato con l’arma in pugno e quando è si è trovato davanti ai lettini dell’holel Riti Imperiai Marhaba ha dato inizio alla carneficina. Perché proprio lì? Gli inquirenti credono di aver trovato la spiegazione in un recente intervento di Seifeddine sulla sua pagina Facebook: «Eroi nelle tombe, uomini nelle prigioni, traditori nei palazzi e ladri nelle più alte funzioni statali: questa è la politica in Tunisia».

E potrebbe non essere un caso che la l’hotel Riu appartenga a Zohra Driss, figura di spicco della politica tunisina e deputata nel blocco parlamentare laico. Coincidenze inafferrabili pagate con la vita da decine di innocenti. Per puro caso al Riu avrebbero potuto esserci anche una coppia di italiani. Carlo Tonelli e Cesarina Barbieri, marito e moglie originari di Milano e residenti a Vaprio d’Adda, oggi si sentono dei veri miracolati. «Da bravi anziani», racconta la donna, commossa davanti a un grande cuscino di fiori, lasciati da passanti, parenti e amici delle vittime sul luogo della strage, «tutti i giorni facciamo la nostra passeggiata sulla battigia. Siamo anche noi al Mouradi e al mattino uscendo dall’hotel abbiamo sempre preso a sinistra, verso il Riu. Unica eccezione venerdì scorso, quando per la prima volta abbiamo deciso di andare a destra, nella direzione opposta». Sul loro cammino potrebbero aver incrociato il terrorista con l’ombrellone sotto il braccio che risaliva verso l’obiettivo della sua missione sanguinaria.

«Può darsi», continua la donna, «ma venerdì scorso la spiaggia non era deserta come oggi. C’era un sacco di gente ed era impossibile notare qualcuno. Avremo percorso duecento metri e abbiamo cominciato a sentire dei colpi. All’inizio non mi sono preoccupata. Credevo fossero gli scoppi del motore di una moto d’acqua».

A capire tutto è stato il marito. Carlo Tonelli ha passato una vita a costruire, riparare e accordare pianoforti, ha lavoralo per artisti del calibro di Maurizio Pollini e Arturo Benedetti Michelangeli, e l’udito è per lui il quinto e sesto senso. «Ho riconosciuto subito i colpi d’arma da fuoco», spiega, «Nel fuggi fuggi generale, ci siamo infilati nel primo albergo che abbiamo trovato». Sono stati momenti di panico. Centinaia di uomini e donne, sorpresi al sole, in costume da bagno, si sono ammassati nelle hall, nei saloni, attorno alle piscine degli alberghi, consapevoli di essere senza nessuna difesa, completamente esposti a chiunque volesse fare di loro una vittima sacrificale. «Momenti terribili», riprende Cesarina Barbieri, «Nessuno sapeva cosa stava succedendo, non si sapeva quanti erano i terroristi, dove sarebbero andati, chi avrebbero colpito. C’era chi piangeva, chi urlava, chi vomitava». In quella bolgia Carlo e Cesarina, erano gli unici italiani. Per un attimo si sono guardati in silenzio e si sono stretti in un lungo abbraccio, che nei giorni successivi si è rinnovato mille volte. «Abbiamo capito che l’avevamo scampata bella», dice Cesarina. «11 disastro era al Riu e se arrivati sulla spiaggia avessimo giralo a sinistra come tutti gli altri giorni, lì in mezzo ci saremmo finiti anche noi. E stato orrendo, ma sono quarantanni che veniamo in Tunisia, è un paese che amiamo e nonostante tutto torneremo. Lo abbiamo fatto dopo la strage di marzo al museo del Bardo.

E lo faremo anche adesso». 11 sangue versalo sulla sabbia bianca e sottile di Sousse ha messo in fuga migliaia di  turisti. I bagni privati degli alberghi sono deserti. Sulla spiaggia si vedono soprattutto famiglie tunisine. Donne, che nel mese del Ramadan, entrano in acqua al seguito dei figli, in abito lungo e velo. C’è polizia ovunque. A piedi, a cavallo, su fuoristrada, su rumorosi mezzi a quattro ruote che scorrazzano avanti e indietro. Arriva anche il ministro dell’Interno con una folta delegazione di funzionari e militari, circondata da uomini in tenuta nera, col volto coperto da passamontagna, fucile mitragliatore e dito sul grilletto, pronti a fare fuoco. In una conferenza stampa improvvisata, viene annunciato uno schieramento di esercito e polizia per migliaia di uomini. Ma sembra tutto già visto. Proclami per tranquillizzare i turisti e farli tornare ad affollare le spiagge. «Per rianimare un’economia in crisi e mettere una pezza alla disoccupazione giovanile», dice italiano fabbricante di calzature ad Hamma-met. «11 50 per cento dei giovani senza lavoro sono un bacino di reclutamento per lo stalo islamico e tutte le organizzazioni inlegraliste. L’industria del terrore paga fino a 1.500 euro al mese, quando il primo impiego in fabbrica ne dà al massimo 300».

Uomini armati e messaggi tranquillizzanti qualche effetto lo ottengono. Sulla spiaggia si riaffacciano gli estremisti della tintarella: «Una cosa del genere non può ripetersi», dice Ruth, una signora tedesca, che lancia la sua sfida agli integralisti esibendo un topless poderoso. «Oggi questo è uno dei posti più sicuri al mondo».

Non tutti la pensano come lei. Salma Bouraoui editorialista del quotidiano di Tunisi Le Temps ha concluso il suo commento domenicale con parole poco rassicuranti: «Pochi giorni fa», ha scritto, «avevamo parlato del rischio di un grande attentato in Tunisia. Era un’informazione che veniva da una fonte bene informata. Dopo la strage di Sousse questa stessa fonte ci ha assiemato che un nuovo dramma potrebbe prodursi nel nostro paese prima della fine del Ramadan».

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