Ventimiglia, tomba d’Europa

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Lampedusa è la porta d’Europa, Ventimiglia potrebbe essere la tomba. Il punto in cui ventanni di leggi, accordi e protocolli vengono avvolti nel sudario blu dell’Unione Europea e sepolti. Per quanto il presidente francese Francois Hollande si ostini a negarlo, a dire e ribadire che non è così, un pilastro normativo della comunità, la convenzione di Schengen per la libera circolazione di uomini e merci, sul confine litoraneo tra Italia e Erancia resta completamente inapplicata.

La situazione si trascina da tempo. Ma, dopo settimane di tentennamenti, la legge entrala in vigore il 1° gennaio 1993 ha avuto la sua più clamorosa abrogazione sabato 20 giugno 2015, data in cui è stata platealmente calpestata sotto gli anfibi della Gendarmerie d’oltralpe. Decine di uomini schierati sulla linea di confine hanno fatto muro ai rifugiati eritrei e sudanesi accampati da due settimane sugli scogli di Ventimiglia. E in una catena di assurdità, hanno impedito il passaggio anche ai cittadini italiani, francesi ed europei di tutte le nazionalità che, in concomitanza con una manifestazione di solidarietà ai migranti, per alcune ore non sono stali liberi di circolare da un Paese all’altro. «Per di più», osserva un’insegnante di liceo, in missione per consegnare viveri e abiti ai migranti accampati, «attraverso una strada, l’Aurelia, di grande valore simbolico per essere una delle più an-liche vie di traffico continentali». Dopo aver riportato le lancette in epoca pre-Schengen e aver negato la libera circolazione delle persone, le autorità d’Oltralpe hanno permesso il transito solo a giornalisti e fotografi in grado di esibire una carta professionale.

I GENDARMI A MUSO DURO

Per sperimentare l’inflessibilità dei gendarmi è sufficiente una piccola leggerezza come entrare sul suolo francese e dimenticare la tessera di giornalista nella borsa di un collega che nel frattempo si è allontanato. Al momento di rientrare in Italia i militari non fanno concessioni. Anche la carta d’identità italiana non serve a nulla. Come sbattere contro un muro. Col contorno di dialoghi surreali.

«Mi avete fatto passare poco fa con la tessera di giornalista, adesso non l’ho con me, ma vorrei rientrare».

«Non ci ricordiamo di lei. Abbiamo l’ordine di non far passare nessuno». «Ma ho la carta d’identità italiana». «Non importa. Perché vuole andare in Italia? Deve prendere la sua auto?». «Macché auto, sono italiano e voglio andare nel mio Paese».

«Risponda alla nostra domanda, ha o no la sua auto?».

«Sì, va bene, ho un’auto, ma ho anche la mia famiglia e il mio lavoro e non potete impedirmi di tornarci. Potete indicarmi un responsabile?».

«Le chef, il capo, arriva tra poco».

In attesa del capo, davanti a una transenna allestita per l’occasione, alcuni francesi che non riescono a entrare in Italia a riprendere le loro auto, più divertiti che arrabbiati, bombardano di domande un’agente che li sta bloccando. La donna cerca di spiegare la chiusura della frontiera. Ma lo fa con argomenti poco convincenti, che scatenano ilarità, battute e commenti polemici dei suoi connazionali. «E in atto una manifestazione», spiega lei, «e la prefettura ha deciso di schierare la gendarmeria per ragioni di ordine pubblico».

Oppure: «Non siamo noi a volerlo», ripete con insistenza, «sono gli italiani che ci chiedono di bloccare il passaggio per impedire che la manifestazione si sposti nel loro territorio». Effettuato il rientro in Italia sotto scorta di monsieur le chef, certe parole, riferite alle forze dell’ordine italiane, suscitano un certo sconforto. «Se avessimo voluto impedire l’ingresso dei manifestanti in Italia», risponde un graduato di polizia, «saremmo stati noi a doverci schierare. Invece siamo qui, a ranghi sciolti, a controllare la situazione.

La verità è sotto gli occhi di lutti. Chiunque può vedere chi è allineato sulla frontiera a impedire la libera circolazione delle persone». «Spero sia una barzelletta», aggiunge un carabiniere. «Sono bastale poche decine di migranti per smascherarli. Si vede che proprio non li vogliono, forse hanno paura che disturbino il business del turismo. Ma allora parlino chiaro e dicano apertamente liberté, fraternité e tieniteli té».

TRATTANO MEGLIO I PUROSANGUE

George Faye, in pensione dopo una vita in Africa al seguilo delle missioni diplomatiche Mancesi, per due giorni si è aggirato sul confine agitando un cartello con scritto «J’ai honte», ho vergogna. «Il sindaco di Mentone Jean Claude Guibal», dice l’ex funzionario, «non vuole far niente per questa povera gente, ma in compenso ha speso una fortuna per ospitare a metà giugno il raduno internazionale dei purosangue arabi.

Creature nobili e delicate che sono state accolte in box ventilali con tanto di doccia perché i cavalli non soffrissero il caldo e potessero refrige-rarsi sotto un getto d’acqua almeno due volte al giorno. Lo ripeto. J’ai honte». Sugli scogli italiani, un invisibile lam tam, sforna ogni giorno notizie fresche. Tre eritrei ce l’hanno fatta, sono passati dalle montagne di Sospel, sono già a Parigi e presto punteranno verso la Svezia. Ma quattro sudanesi sono stati presi alla stazione di Nizza e riconsegnali alla Polizia di Frontiera italiana, perché in tasca gli è stata trovata la pistola fumante: il biglietto ferroviario da Ventimiglia. Mohammed, 22 anni, sudanese del Darfur, non si dispera, si mostra sicuro del fatto suo: «La mia mela è Parigi», risponde a una troupe della Tv giapponese, «e dovrò per forza arrivarci perché là rispettano i diritti dell’uomo».

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