X-Factor 2013, un (in)successo annunciato

1006

X-Factor 2013- Tra successo e insuccesso

X-Factor 2013– “Con la Ventura vado in gol!” cantava uno squattrinato rapper alle audizioni della settima edizione di X-Factor, terminate (male, evidentemente, per l’aspirante cantante, date le pretese) proprio qualche settimana fa. Chi ha fatto gol in questa nuova stagione televisiva, segnata dall’affermazione di un ruolo sempre più importante dei canali tematici a discapito di quelli, per così dire, classici, è proprio lo show di Simon Cowell, giunto ormai alla sua settima edizione italiana. Il successo del talent risulta ancora più sorprendente dal momento che la diretta ha luogo su Sky-Uno, canale in pay-per-view, come fra l’altro sottolinea Aldo Grasso sul Corriere; le repliche, invece, sono disponibili in chiaro su Cielo (canale 26).

Rispetto alla produzione Rai, il programma gode oggi innanzitutto di una scenografia più moderna e accattivante; e per quest’anno, cosa da non trascurare, il format scelto è quello già adottato nella versione americana, dove a differenza che nelle passate edizioni italiane con in sequenza audizioni “in privato” (ovvero, alla presenza soltanto di alcuni o di tutti i giudici) e show, si tengono selezioni aperte all’ascolto anche di un pubblico in sala, un po’ come accade per Italia’s got Talent, a cui seguono i cosiddetti Bootcamp, ovvero un ulteriore grado di selezione (senza pubblico stavolta, però) a mo’ di addestramento militare; poi si passa agli Home Visit, un’ultima fase di selezione dalla quale escono i definitivi quattro artisti per ognuna delle quattro categorie in gioco. Si va dagli under-25 (suddivisi nei gruppi uomo e donna), fino ai gruppi vocali e infine agli over-25 (senza distinzione di sesso).

Un fattore ulteriore di successo per il programma è senza dubbio la giusta alchimia che vi è nella compagine dei giudici. Dei soliti noti Elio e Morgan non si può che confermare sapienza, preparazione e presenza scenica, condite con quel tanto di pepe polemico che basta (più nel secondo che nel primo, in verità) per garantire frizzantezza e ritmo alla narrazione. Dell’altra solita nota, Simona Ventura, definita come “fuori sincrono” da Carlo Tecce su Il Fatto Quotidiano proprio qualche giorno fa, si deve piuttosto riconoscere intanto il ruolo di compensazione “pop”, per così dire, all’interno dello show, se messa a confronto con i colti (musicalmente parlando) Elio e Morgan: ovvero, riesce a garantire l’affermazione di una lettura profana (anche ignorantella, se vogliamo) del talento, cosa utilissima per un’azienda che mira a trovare una figura spendibile nel mercato discografico più che un poeta da Premio Tenco o un punkettone da locale universitario. Inoltre, la diva di Chivasso è la più polemica fra i quattro, certo, ma anche quella che più degli altri ha senso dello show e di come un artista, oggi, non sia solo tecnica e stile, ma anche e soprattutto presenza sul palco scenico. E poi c’è lui, la grande scoperta di quest’anno: Mika. Il poliglotta ed elegante cantante inglese ha dato prova di sé finora lanciandosi in arguti commenti di sottofondo (come non citare l’ormai cult “I wanna a willy willy willy” – “io voglio un c….o, c….o, c….o”-, parafrasi dell’artista su una discutibile performance durante le audizioni), nonché in prove linguistiche di indubbia acutezza. E’ riuscito ad accattivarsi tanto il pubblico quanto la critica, ed ha dato senza dubbio a questa edizione quel tocco di internazionalità che finora era mancato.

Ma i veri protagonisti sono i cantanti, di livello straordinariamente alto -più le donne che gli uomini, in verità- e autentici talenti. Certo, viene da riflettere: al netto della scenografia, dei giudici e quant’altro, anche nelle edizioni passate c’erano concorrenti degni di lode per qualità vocali e più generalmente artistiche. Alcuni non ce l’hanno fatta, né nella competizione né al di fuori di essa; ad altri è andata leggermente meglio, perché hanno si vinto il programma ma non hanno poi sfondato realmente nel mercato della musica; talenti come Noemi o Giusy Ferreri, pur avendo solo fatto piazzamenti, si sono rivelati capaci di proporsi al grande pubblico, anche se perplessità desta il prolungato (troppo) silenzio della seconda sulla scena-mentre più promettente, anche se più di nicchia, appare la figura della 31enne romana.

Per i Marco Mengoni o Chiara Galiazzo di turno, la gloria è stata doppia: vittoria della competizione e poi grande successo di pubblico. Tuttavia, quel talento mostrato durante lo show appare di consueto sbiadito, quasi negato, alle prese con la realtà della discografia; vuoi per le canzoni non esattamente di importanza storica, vuoi perché conta di più stare in radio e in TV 24 ore al giorno per due mesi che lasciare effettiva traccia di sé nel panorama musicale, non può chi scrive rilevare, con l’amaro in bocca, la delusione per il post-talent dei concorrenti.

Insomma, una laurea a pieni voti in un’Università di “prestigio”, a fronte di un post-lauream molto meno rassicurante (almeno per le orecchie).

Condividi